Category Archives: Jarrettiana

Cofanetto-monstre per Hancock: 34 cd!
Complete Columbia album collection 1972-1988

Cofanetto-monstre per Hancock: 34 cd!
Complete Columbia album collection 1972-1988


hancock cover

La Legacy annuncia la pubblicazione di Herbie Hancock: The Complete Columbia Album Collection 1972-1988, un mostruoso cofanetto di 34 Cd’s che riunisce per la prima volta l’intera produzione del pianista per la Columbia Records e la CBS/Sony Japan.

Il catalogo di Hancock sulla Columbia e CBS / Sony Japan è un microcosmo dello sviluppo musicale negli anni 1970 e ’80, ed una previsione incredibilmente accurata di molte delle tendenze che sarebbero seguite.
Tali sviluppi sono venuti fuori nel corso di 31 album, otto dei quali mai pubblicati al di fuori del Giappone, altri tre mai usciti su CD (Sunlight, Magic Windows, Lite Me Up), ed alcuni che, seppure pubblicati su CD, sono fuori stampa da anni. La cosa più importante, tutti questi album non sono mai stati riuniti in una unica raccolta in precedenza…

complete columbia album collection hancock

Read the rest of this entry

Di, con, per genius Keith: anno da record
Jarrett, 7 uscite nel 2013 (20 cd!)
Dal piano solo al trio, da Bach a Gurdjieff

Di, con, per genius Keith: anno da record
Jarrett, 7 uscite nel 2013 (20 cd!)
Dal piano solo al trio, da Bach a Gurdjieff


impulse 9 cd

The Impulse Years 1973-1976 (cofanetto di 9 cd)
Un cliente di Amazon: “Acquistato a scatola chiusa per la mancanza di informazioni da parte di Amazon, il cofanetto composto da 9 cd è diviso in tre custodie contenenti 3 cd ciascuna: il cartoncino per contenerle è molto delicato, per cui le copertine degli album non sono presenti per niente e questo dispiace. Gli album per la Impulse sono 8: FORT YAWUH (qui doppio, perciò 9 cd), TREASURE ISLAND, DEATH AND THE FLOWER, BACKHAND, SHADES, MYSTERIES, BYABLUE e BOP-BE. Ci sono molti brani inediti e versioni alternative, e poi molti di questi album sono introvabili o hanno prezzi altissimi (versioni giapponesi), quindi se fossi in voi lo prenderei: il prezzo è ottimo, ed è Jarrett”.

no endbregenz

I tre cd di due piano solo (anno 1981) e i due cd da one man band (anno 1986).

hymnssix-sonatas-for-violin-and-piano

I due cd con la violinista (anno 2010) e i due cd all’organo antico (anno 1976).

vicolsenkeith-jarrett-somewhere

La performance (2009) del collaudato trio e il tributo nel cd di un pianista.

IL MIO IO SOLISTA E SOFISTA
-> CHIACCHIERATA VIRTUOSISTICA
IMPROVVISAZIONE ED ESISTENZA
(SUONI, PAROLE, GIOIA, VERTIGINI)

IL MIO IO SOLISTA E SOFISTA
-> CHIACCHIERATA VIRTUOSISTICA
IMPROVVISAZIONE ED ESISTENZA
(SUONI, PAROLE, GIOIA, VERTIGINI)


CARMEN

OLBINSKIMa-Estro Piccinini, si presenti…

Suono, dunque sono. Tra identità e idealità.

Presenza e assenza, musica e silenzio, dinieghi e assenzio… giusto?

Sono un grammaturgo e mi occupo di grammatica drammaturgica, taumaturgica, traumaturgida. Qualcosa in contrario?

No, anzi…

Grazie… Ho inventato l’aedonismo, di cui sono il sommo vate(rloo): vale a dire un lirismo intimista che insegue il piacere regalando compiacenza.

Interessante…

Dire “inter-essente”. Ogni mia esibizione è un evento, nel senso che, etimologicamente ed enologicamente parlando (etologicamente, eziologicamente), contiene in sé l’eventualità che non accada. E anch’io non accado, né forse esisto: contengo semplicemente in me il fatto che possa o meno verificarmi, ossia reificarmi in un suggestivo flusso sonoro a spirale.

OLB PIANOSi chiama “Opus Diaboli” ed è l’ultimo album (piano solo, a pianoterra) del non-pianista Ciro Andrea Piccinini, al tra-secolo Keith Giarrettiera, che ha detto addio alle scene (e un arrivederci alle sceme) con un live-show ai Musei di Reggio il 6 luglio scorso. Contiene 23 de-composizioni musicali assolutamente improvvisate…

Ossia suonate per la prima e ultima volta, in diretta, nell’attimo stesso in cui nascevano e prendevano forma, nota dopo nota, secondo dopo secondo, in quel loro svilupparsi e avvilupparsi nello spazio temporale (o acquazzone) che coincide con la durata della relativa registrazione dal vivo, la quale a sua volta occupa esattamente il momento (il memento mori: il bruco che per vivere si fa farfalla) dell’esecuzione in studio, in un divenire che è presenza di tensione, grumo di coscienza, hic et nunc (solo qui, solo ora), Sturm und Drang e persino sex and zen. L’esserci (Dasein) nel dis-suonarmi.

OLBI 22Un metodo originale…

Lo so, è il mio. Io non suono, e nemmeno invento: io divento, sempre, come un’araba infelice che torna celere alla sua cenere, come in un eterno ritorno all’eguale. Quando non-suono, poi, raggiungo uno stato di trance votato alla verità dell’artista e vocato alla trasparenza della performance; ciò per dar voce a un inconscio che involontariamente scava e inavvertitamente scova: una sorta di “psicopianoterapia in divenire”, laddove il vissuto si fa suono o pausa, traccia o trauma, zeugma o smegma, con la tensione creativa che si scioglie e risolve in catarsi cosmica, trasformandosi in maieutica del Sé. E’ ontologia antologica, non propriamente musica: un mix di richiami e rimandi che agiscono sul piano subliminale, di echi e suggestioni dall’effetto affettivo. Procedo da fermo per associazioni d’idee e dissociazioni emotive, cercando di dimenticare tutto quello che ho imparato in un remoto futuro e che potrei suonare di nuovo, cioè di non ricordare quel già sentito che riaffiora e che vorrebbe tradursi in melodia o selotenga, perché improvvisare significa ripartire sempre da zero, come in una clonazione a ripetere: un (ri)salto nel vuoto che è sfida all’istante e all’istinto nuda e cruda, e non è detto che ne esca sempre qualcosa di sensato o di soddisfacente…

OLBI44Un’impresa difficile…

Una grandissima im-presa per il culo, ed è questo il bello. Pezzi unici, irripetibili, qualcuno anche irreparabile. Non scritti e dunque non riproducibili. Mai sentiti e mai riascoltabili. Non c’entrano né la tecnica né l’ispirazione, al massimo è una questione di tocco e di tatto, di colpi di tacco intesi come fuga dal mondo della conservazione e della conversazione, delle convinzioni e delle convenzioni…

Come si può definire la sua musica? Ha un genere? Se sì, quale…

E’ transgender e trainspotting, ma ripeto, è a-musicale e a-museale, due parole che derivano dalla parola musa, e la mia non-musica è appunto estranea alle muse, sia ispiratrici sia istigatrici, come le dicevo prima che le dicessi “ne parliamo dopo”, e adesso sono qui a risponderle anche se è già tardi, poiché i guizzi sono dardi già lanciati, tanto imprendibili quanto imperdibili. Insomma, il tutto non nasce da dentro, ma è già lì fuori, nell’anima mundi. Ciascuno di noi, così come ha un angelo custode, ha una sua quinta colonna sonora (o quinta diminuita) che è testata d’angolo, pietra d’inciampo che lo in-comunica agli altri nel mistero d’ogni dove che si fa altrove. E’ come con la scultura: la sagoma finale c’è, è già, ma è con-fusa nel troppo e nel superfluo; basta togliere quello che non serve e l’opera si palesa, si rivela, si auto-appartiene. Noi del resto non facciamo musica, bensì siamo musica: basta sintonizzarci e il gioco è fatto, il dato (sensibile) è tratto…

RAFAL OLBINSKISi spieghi meglio…

Il meglio l’ho già dispiegato. E’ la musica che ci suona, a dirci – solo dopo detta epifania – cosa volevamo suonare prima ancora di non saperlo pur volendolo fortemente. Un processo all’incontrario, che ci disvela a posteriori. Un “desiderio feroce” come lo chiama Jarrett. La musica, poi, è fatta di silenzio e di pause: togliendo spazio al silenzio e alle pause otteniamo il sottoprodotto musicale – sottratto a se stesso e dunque demusicato – che è il pezzo formatosi in fieri, quello squarcio di noi non previsto e non cercato, ma solo trovato: un tutto senza prima, un prisma che è karma, godimento allo stato brano.

Ok, allora si spieghi peggio…

La scultura, la musica.  I quadri devono il loro senso primo alla cornice ultima, senza cui non sarebbero mai e non saprebbero cosa… E’ come per i libri: non siamo noi a scegliere loro, ma sono loro a scegliere noi, eventualmente a scioglierci poi. Provate a pensarci. Ci cercano e ci reclamano, ci recriminano e ci rivendicano. Ci vogliono e ci violentano. Non solo. I testi si formano grazie al foglio, perché i segni neri non sarebbero nulla senza gli spazi bianchi, e viceversa; ed è per questo che da anni leggo solo gli spazi bianchi, perché si tratta di una lettura più profonda e meno mediata, con più sfumature e più torciglioni… Tornando a noi, o restando a voi, non ho mai trovato note o mezze note capaci di bastare a se stesse in assenza delle giuste pause e menopause…

Quando ha iniziato questo percorso di ricerca su se stesso, di se stesso?

Preferirei chiamarlo sentiero, e anche il camminamento più lungo comincia con un piccolo passo, spesso falso, ovvero con una “farsa” partenza.

E’ partito studiando la classica?

No, sono arrivato direttamente al dunque della romantica. Chopin, di tanto in tanto Schopenhauer. Repertori struggenti, reperti pessimistici. Presi persino una lezione e mezzo (nel senso che abbandonai la seconda prima della fine) da un rumeno, Julian Trofin, ma ascoltavo anche Romano (Mussolini – ndr), ottimo pianista jazz. Era l’89, forse il 2009, non ricordo. Compravo spartiti: Bach, Mozart, Beethoven, in casa ne ho tantissimi. Le suite inglesi, le sonate integrali dell’uno e dell’altro. Nel ’99, 10 anni dopo o 10 anni prima, dipende se la passione iniziò nell’89 o nel 2009, come dicevo poc’anzi, feci un viaggio a Parigi sulle tracce di Chopin, tomba al Père Lachaise inclusa. Ne nacque una raccolta poetica, “L’ultimo applauso dell’ultima amante” (libro nero di notti in bianco, 2001). Nel ’98, invece, dedicai la raccolta d’esordio a Bach, “Sensi e controsensi” (invenzioni a due voci, 1998). Vabbè, chissefrega…

Ha tenuto concerti in questi anni?

No, solo opere d’arte dal vivo, fortunatamente afferrate in “documenta” audiovisivi: nel 2006 a Rubiera (Herberia), nel 2007 forse no, nel 2008 sotto l’arco della All’Arco, nel 2009 sempre lì e poi nel cortile della Panizzi, nel 2010 per l’inaugurazione di una piazza a Reggio, nel 2011 di nuovo nella boutique libraria in via Emilia e nel 2012 nel cortile della Rocca di Scandiano, con un arpista. Vorrei suonare di meno, una volta all’anno è troppo stressante per il mio fisico nucleare (laddove proprio oggi ricorre l’anniversario del genocidio – abominio e olocausto – di Nagasaki).

Bene: parliamo del nuovo album, che lei chiama All-Boom…

Innanzitutto è un album di famiglia, nato in casa il 21 giugno scorso, a Rondinara, nella factory dell’amico Emiliano Fantuzzi, chitarrista di Antonacci e Nek. “Opus Diaboli”, di Karlheinz Deschner, è il titolo di un libro della Liberilibri, casa editrice che pubblica volumi garantisti (collana Oche del Campidoglio, di cui posseggo molti testicoli, nel senso di agili testi). Il cd è in effetti diabolico: ipnotico, tentatore. Contiene 23 pezzi di varia durata, più una traccia fantasma. De-composizioni che scorrono su diversi piani di lettura e di ascolto, introspettive ma senza aspettative, ora lente e ora aliene, ora melodiche e ora percussive, dilatate e dilanianti, tra mezzetinte e sospensioni, con intermezzi citazionali e altre variazioni di (ana)tema.

Come sono nati i brani?

La gestazione è durata 40 anni. E sono nati morti, nel senso che una volta registrati cessano di avere una vita propria e diventano vecchi, superati. Un flusso d’incoscienza applicato alla scienza fonica, tutto lì: i pezzi più belli, infatti, sono quelli che non escono e che non riescono, quelli che resteranno per sempre sottotraccia, sottopelle, inespressi e incompiuti, sconosciuti e incapiti, scordati perché mai più tornati. Se potete ascoltarli, è perché volevo sbarazzarmene. Pezzi comunque unici, mai uguali a se stessi: non composti, ma solo catturati. Se Emiliano mi avesse registrato il giorno prima sarebbero nate altre cose o magari non sarebbe nato niente, e così se lo avesse fatto il giorno dopo, o anche solo un’ora prima o due ore dopo. Se vivono su un supporto, è perché li ho uccisi nel momento stesso in cui li ho messi al mondo, il mio mondo, emendandoli dall’oblìo del già sentito.

Quindi?

Quando?

Ora…

Ok… Vado là. Lui mi fa un caffé. Dopo andiamo in sala. Lui accende il mixer e mi dice di suonare. Io digito tasti come fossi davanti a una macchina da scrivere e lui registra tutto. Mi fermo spesso perché non so come continuare, non so cosa fare per fare qualcosa che non abbia ancora fatto. Cerco di ricordare che devo dimenticare tutto e continuo. Solo quando non capisco cosa stia facendo, so che va bene così. Anche lui non capisce e ogni volta lo stupisco di più: non crede che io sia lì senza avere in testa qualcosa, senza un canovaccio, senza una scaletta. Stop and go, loop and show, mood and moon. Dopo tre ore, senza dire niente vado via. Lui che ormai sa, cioè che conosce sia il mio modus operandi sia il mio “nodus districandi”, mi dice che aspetta che gli dica nei giorni a venire cosa dovrà farne del materiale inciso. A volte chiamo dopo mesi, a volte subito, altre volte mai.

Non è il primo album che realizza…

E’ il terzo. Il titolo inizialmente era un altro: “Il terzo incomodo”. Poi però dopo un summit con me stesso convocato nottetempo mi sono trovato d’accordo – all’unanimità – sul non approvarlo. I precedenti (non penali né penosi) sono “Live in myself” (2006) e “Lullaby” (2008).

Un motto di chiusura?

Opus Diaboli”, motto che parla. Mmmh, posso fare di più… aspetti un attimo che me ne faccio eiacul… pardon: che me ne faccio “venire” in mente uno, dentramente mio… ancora 10 secondi… cominci pure il countdown, se vuole lo showdown, magari anche il downshifting… Ecco, la montagna incartata ha partorito il topolino amaranto, ossia l’ennesimo capolavoro, summa ontologica della mia poetica improvvisativa al fortepiano: “Non capisco ma mi eseguo”.

Pretende molto da se stesso, vero?

Di più: non esisto ma mi esigo. Sempre.

A metà del terzo pezzo (ballata) ho pianto

A metà del terzo pezzo (ballata) ho pianto


Ecco la tracklist dello splendido concerto di Keith Jarrett,
andato in scena domenica 21 luglio al Vittoriale (Gardone):

Un concerto al bacio

Un concerto al bacio

(Prima parte)
1. HOW DEEP IS THE OCEAN
2. WOODY’N’YOU
3. BALLAD OF THE SAD YOUNG MEN
4. IS IT REALLY THE SAME
5. LONELY OLD TOWN
6. THINGS AIN’T WHAT USED TO BE (Duke Ellington)

(Seconda parte)
7. ANSWER ME MY LOVE
8. IF I WERE A BELL
9. I’M A FOOL TO WANT YOU

(Bis)
10. WHEN I FALL IN LOVE
11. STRAIGHT NO CHASER (Thelonius Monk)

(dal sito: anfiteatrodelvittoriale.it)

Giarrettieriadi, breve resoconto: 13 persone sul palco (e 7 da casa) per il piccolo festival – degli incompresi? – di sabato ai Musei Bellissimo pubblico: contate 57 presenze. “Grazie a tutti. Addio”

Giarrettieriadi, breve resoconto: 13 persone sul palco (e 7 da casa) per il piccolo festival – degli incompresi? – di sabato ai Musei Bellissimo pubblico: contate 57 presenze. “Grazie a tutti. Addio”


io piano due piccola

Una piccola Woodstock di suoni e parole, ossia un vero e proprio mini-festival artistico quello andato in scena sabato sera ai Musei Civici di Reggio (“Ad usum balenae, habemus museum”: appuntamento d’apertura della rassegna “Palcoscenico“, cartellone Restate 2013).

Sul palco, infatti, si sono alternati (a vario titolo) ben 13 performer: l’improvvisatore Keith Giarrettiera, organizzatore dell’evento e dunque detto “L’Anfitrione”, quindi i (suoi) 12 apostoli del live-show multiculti e tuttifrutti.

Ovvero: il narratore di condominio Renato Ceres, la cantante lirica Eva Reggiani, la lettrice orientalista Sylvie Kara, il pianista jazzy Emanuele Cavallaro, il presentatore post-grunge Federico Parmeggiani, l’epigrammista social Ernesto Bellini, il declamatore anti-Facebook Gianfranco Parmiggiani, il performer metropolitano Stefano Raspini, il ballerino-geografo Pierpaolo Salvarani, il cantante pop-rock Francesco Bianchini, la giovane chitarrista Sofia Fornaciari e il poeta romantico Luca Ferrari (in collegamento telefonico o telematico o telepatico, poi, anche Roberta Rossi, Alfredo Colella, Pierluigi Ghiggini, Isabella Trovato, Daniele Moreschi, Consuelo Burani e Federico Melli… Solo per una notte, una notte di solisti).

Picco massimo di pubblico: ore 22.40, con 57 presenze (sedute o in piedi) nel cortile del noto contenitore culturale.

“Grazie anche a tutti i fan e fun accorsi numerosi, agli amici di ieri e di oggi, ai suonatori vicini e lontani, ai tecnici audiovisivi Giuseppe Chianese e Sergio Mastronardi, alle volontarie del fanta-bookshop Stefania Spallanzani e Simona Spadoni e a tutti coloro che a causa della claudicante memoria che mi ritrovo non sto materialmente citando e/o platonicamente eccitando in questo intimo epitaffio artistico”, ha detto Keith Giarrettiera al termine del suo ultimo concerto: quello d’addio.

-> E soprattutto tanta improvvisazione…
Un ricchissimo programma di serata
-> Musicanti, narratori e ospiti a sorpresa

-> E soprattutto tanta improvvisazione…
Un ricchissimo programma di serata
-> Musicanti, narratori e ospiti a sorpresa


Piccola presentazione (con menu della serata e foto) dell’evento di sabato 6 luglio ai Musei Civici (palazzo S. Francesco): Keith Giarrettiera & Friends + CAP Conference

piano ok

Nel ventre della balena imbalsamata per lo show d’addio. Quella di domani sera, sabato 6 luglio, ai Musei Civici di Reggio (ore 21.00, ingresso libero) sarà l’ultima apparizione dal vivo di Keith Giarrettiera dopo 7 anni di originale carriera (7 concerti, 3 album).

Prima di ritirarsi a vita privata (auto-sospendersi dalla scena indie, auto-appendersi al chiodo fisso dell’oblio) il non-pianista saluterà uno ad uno i suoi “fun” nel corso di una speciale serata-tributo – a lui dedicata – organizzata nel cortile di palazzo San Francesco (via Spallanzani, 1).

L’appuntamento clou(d) dell’estate museale reggiana apre la rassegna “Palcoscenico” (Restate 2013): un evento “unconventional” (prodotto artisticamente da Canesciolto Srl, economicamente da Gattamorta Sas e politicamente da Moscabianca Spa) che vivrà custodito e conservato per sempre in un’apposita teca allestita ai piani alti dei cuori più luminosi e slanciati: non fiori, ma opere di Bene (Carmelo).

Se ami le Ted Conferences, se conosci la Summersoup e se frequenti il Vittoriale, beh, non puoi perderti questa prima edizione di “CAP Conference”, vale a dire un seminario multiculti con show tuttifrutti; un mondo di suoni, libri, volti, sogni… e tanto rumore di fondo.

In apertura di serata, e fuor di formalina, la presentazione della nuova raccolta di racconti “poveri, ironici e onirici” dello scrittore reggiano Renato Ceres, inventore della “narrativa di condominio”. Un gradito ritorno dopo tre anni di assenza.

Al centro dell’evento, ca va sans dire, il concerto “Ad usum balenae, habemus museum” (piano solo + jam session + teratologia varia), con Keith Giarrettiera & Friends (musicisti, cantanti e ospiti a sorpresa, diretti dal tecnico del suono Giuseppe Chianese).

“Conto di potermi esibire in duo con Pippo Civati, impegnato in queste ore nel politicamp al chiostro della Ghiara: sono fiducioso, non si tirerà indietro…”, dice il profeta locale della jarretterapia.

A margine, poi, la presentazione dell’album-cd “Opus Diaboli” (terzo capitolo del progetto KG), realizzato negli studi del musicista Emiliano Fantuzzi (Nek, Antonacci).

A seguire, lettura di poesie a cura della compagnia Aedonism (“Reading che ti passa” + “Ruby Dick“, parodia del celebre romanzo di Melville) e performance teatral-museale del collettivo XFactory (con soundtrack inedita del compositore Ennio Mozzicone ri-arrangiata dall’ensemble Fumus in Fabula).

Titoli di coda, infine, con balli di gruppo e “flosh-mob” di saluto (sulle note diffuse dal dee-jay Uber Prati) dal titolo “Balena Beach. Più balene, meno balere”, dedicato al celebre capodoglio che fa bella mostra di sé nei corridoi del museo.

Programma del piano solo di Keith Giarrettiera
(Tetralogia tetragona in chiave taumaturgica e/o serratura tautologica)

Prima parte
a) Capodoglio variations
b) Lazzaro suite
c) Venere di Chiozza remix

Seconda parte
a) Anatomy (variazioni sul tema)
b) Anathema (deviazioni su tela)
c) Anatocism (abreazioni ad bancam)

Terza parte
a) Tertium non datur
b) Carmina non dant panem
c) Carmina Burana

Quarta parte
Damnatio memoriae

piano sexy

Mancano solo 4 giorni all’evento clou(d) dell’estate culturale reggiana declinata
al museale. Aprirà il ciclo “Palcoscenico”


CAP CONFERENCE / O del funambolismo
INTERVISTA ESCLUSIVA-ELUSIVA AL NON-PIANISTA E TRANS-PERFORMER
E PROSUMER KEITH GIARRETTIERA!
(Da non perdere: garantisco io che lo conosco bene e disconosco spesso…)

Mancano solo 4 giorni all’evento clou(d) dell’estate culturale reggiana declinata
al museale. Aprirà il ciclo “Palcoscenico”


CAP CONFERENCE / O del funambolismo
INTERVISTA ESCLUSIVA-ELUSIVA AL NON-PIANISTA E TRANS-PERFORMER
E PROSUMER KEITH GIARRETTIERA!
(Da non perdere: garantisco io che lo conosco bene e disconosco spesso…)


PROVA BALENA piccola

Keith Giarrettiera posa col capodoglio "Valentina" ai Musei Civici. "Ora e sempre Pleistocene! Più balene, meno balere!"

Keith Giarrettiera posa col celebre capodoglio “Valentina” ai Musei Civici (via Spallanzani, 1). “Ora e sempre Pleistocene! Più balene, meno balere!”

gihUna tua piccola presentazione?

Sopravvivo a me stesso: dalla storia che fu, nella gloria che fui. Vengo da lontano, 40 primavere or sono, e dopo 10 anni trascorsi a Scandiano – più 1 anno vissuto in centro a Reggio – nove mesi fa ho fatto ritorno a Salvaterra, paese che mi ha visto nascere, affacciarmi all’adolescenza e crescere verso l’età adulta e adultera e adulterata, tra un bar e l’altro, tra sacro e profano, fino ai 29 anni: un piccolo mondo antico in cui abitualmente abito; ma si sa, l’habitat non fa il monaco. Un esilio cercato ma non voluto, dove dormo di giorno e produco o riproduco di notte, un po’ Penelope e un po’ Sisifo (un po’ Tersite e un po’ Telemaco, un Tiresia un po’ Talete telematico, insomma “reo connesso”). Il pomeriggio leggo saggi di frati francescani mentre ascolto Keith Jarrett. La sera gioco a biliardino e rifiuto inviti abbastanza espliciti dalle donne. Per il resto, esco di rado e parlo ancora meno, come direbbe Celentano, perché “francamente me ne infischio”, e comunque sono sempre dappertutto.

Trattato-di-Funambolismo.gifPreferisci la musica o la scrittura?

Preferisco la pittura fresca alla verdura cotta, ma soprattutto la “verdad” nuda e cruda.

Che cosa pensi del giornalismo in Italia?

Il giornache? Cos’è, si mangia? Il resto mancia? Il Resto del Carlino Ancelotti (al Real)? In generale detesto gli -ismi, compresi i trionfalismi. E comunque colui che si proclamasse vergine finirebbe per essere pur sempre schiavo della propria idea di libertà. Un mio aforisma recita così: “Ottenuta la libertà, non sapeva che farsene”. Ebbene, anch’io ne ho collezionata parecchia in 20 anni di attività scrittoria e descrittiva, e adesso non so proprio che farne, a parte farne un falò (della vanità che fu).

canalisE nella nostra provincia?

Siamo tutti giornalai, chi cocopro e chi coccodè. Gente anche assunta… certo, ma a piccole dosi, quasi un premio alla non-carriera. Ci hanno fottuti, il bluff s’è compiuto. Zero collaboratori e troppi collaborazionisti, pagati con un tozzo di pane secco, azzimo, vecchio di sei giorni. E poi non abbondano i direttori duri, men che meno gli editori puri, e quelli che ci sono sono spesso anfibi, talvolta con la schiena più rettile che retta, e comunque fanno altro. Non esistono giornalisti, ma solo travet, impiegati a cottimo – cottimati, non ottimati. Non ci sono notizie, ma solo impaginazioni.

blogger tagliataE’ tutto finito: mancano lettori, mancano sponsor, mancano idee. Follow the money, ovvero: finito soldi, finito amore. Ciascuno dunque s’è arrangiato come ha potuto e così sui dis-social media ora distribuisce se stesso, scambiando l’oggetto col soggetto, la marmellata per civiltà dell’informazione. Spero che chiudiamo tutti, cartacei e online miei e altrui, e che ci rimettiamo una volta per tutte a coltivare la terra, anche quella promessa e mai mantenuta, nel senso che ognuno deve tornare alla passione per il proprio giardino, cioè alla coltivazione del proprio Io più sbarbino e codino, come un furbetto nel suo quartierino. Ma non un giardino dell’Eden, bensì dell’Ade. A irrigare i nostri stimoli (sopiti dal conformismo e nel “confortismo”) con le acque del fiume Lete, o dello Stige. No, non gli Stooges. Forse gli Stoop, band locale che non disdegno.

cap conference

ipertensioneCome e quando hai iniziato a scrivere?

Nel primo dopoguerra. Poi nel secondo ho messo. Era il 1993.

Oltre a realizzare riviste locali, quali potrebbero essere le tue aspirazioni future?

Smettere del tutto: avrei dovuto farlo prima. Ma non è mai troppo tardi per dire “ormai non c’è più niente da fare”. Tra qualche mese rinuncerò, e poi 20 anni fa ricomincerò laddove mi lasciai: come sempre nel mio mai.

Che cos’è per te la scrittura?

Una grande masturbazione senza lieto fine, a volte anche senza azione.

COCCODRILLOPassando alla musica, quanti cd hai realizzato?

Tre. Copie uniche e irripetibili. Nel 2006, nel 2008 e nel 2012.

Racconta la tua prima esperienza in sala d’incisione…

La correggo, era una sala parto. E così sono “partito”, senza spartito. Il mio viaggio è un eterno tornare dove non sono mai stato, poiché “nulla, da come non fu, è mutato” (Caproni). In fondo resto sempre qui, dove non sono mai. Tuttavia ogni volta che esco da una sala d’incisione mi rendo conto di aver composto qualcosa che effettivamente “inciderà” sul benessere della comunità oltre che sulla storia della musica, e lo dico per inciso… pur sapendo di risultare inviso ai più, più o meno.

bombaCon il pubblico che rapporti hai?

Solo orali. Insomma, rapporti preliminari, superficiali nonostante ci sia penetrazione emotiva, compenetrazione ematica, empatia sonora.

Magari fai qualche gancio a qualche bella spettatrice?

E’ un problema loro, che cerco di risolvere negandomi. E comunque non mi concedo mai al primo appuntamento… quindi è giusto che tutto si consumi a prima vista, prima d’arrivare a scambiarsi numero di telefono o nickname.

ienaSei uscito nei mesi scorsi con un nuovo cd: che cosa ha di particolare?

Un cazzo.

Cioè?

Nulla.

Puoi spiegare meglio?

Anche peggio se vuoi. E’ un non-cd realizzato da un non-pianista. Pezzi solo strumentali, nel senso di funzionali a qualcuno o a qualcosa. Registrati dal vivo in un periodo morto della mia vita, durato tre ore. Il 21 giugno dello scorso anno, o forse il 22 scarso, non ricordo. E se c’ero dormivo.

urloChi ha collaborato?

Mi auguro nessuno. Ma era fisicamente presente il mio amico Emiliano, che però non è emiliano essendo nato a Genova: un musicista professionista che da 15 anni suona con Antonacci e Nek, che a loro volta suonano con lui, e lui lo sa – non come Laura, che nella canzone non c’è. Nel cd c’è anche un brano impro (assolutamente nato lì, mentre lo suonava: buona la prima) di suo figlio Edoardo (titolo: “EdoHard”), di appena 5 anni – 3 per la Questura: un pezzo molto strong, decisamente il migliore dell’album.

lazzaroQuali sono i tuoi canali di vendita o diffusione?

Capodistria e Telesanterno: insomma, secondi canali, ossia prese da dietro. Il non-album-cd non è in commercio, perché non ha mercato… e poi odio i mercati delle vacche, quel mercimonio che non beneficia il patrimonio, che non prelude a qualche bel matrimonio d’interesse economico o musicale.

grande_uomo_scimmiaChe cosa ti aspetti dal futuro?

Che mi stia finalmente “su da dosso”. Il futuro è uno stalker, un manipolatore snervante che porta frustrazione e delusione, un mistificatore, un manipolatore. Solitamente è lui che si aspetta qualcosa da me.

Se hai qualcosa d’aggiungere fallo pure…

“Fallo puro!”, imperativo categorico (meglio: sincategorematico) della mia “vita activa” (titolo di un libro della filosofa Hannah Arendt, citata dal ministro Delrio – insieme a Kierkegaard – in una lunga intervista su “l’Espresso” di questa settimana), e senza doppi sensi o tripli carpiati. Detto ciò, chi non ha nulla da dire parla sempre tanto. Troppo.

(Le domande sono vere, nel senso che sono state realmente poste a Keith da un giornalista locale – al secolo P.R. – nel corso d’uno showcase d’inizio primavera in quel di Salvaterra. Le risposte, ovviamente, lo sono un po’ meno)