->Piccolo con-tributo enciclopedico Ecografia. Mente lucida, ludica e curiosa… in questi vecchi brani pure anticonformista. Patchwork di 5 suoi pezzi d’antan (+ uno)

->Piccolo con-tributo enciclopedico Ecografia. Mente lucida, ludica e curiosa… in questi vecchi brani pure anticonformista. Patchwork di 5 suoi pezzi d’antan (+ uno)


costume eco1) “La storia dell’obiettività fa parte della ideologia del giornalismo moderno…  Dicendo “ideologico” intendo dire che si tratta di una sovrastruttura teorica elaborata per coprire altre cose…

‘Mito dell’obiettività’ significa dire: non si dà una notizia se non interpretandola, se non altro per il fatto di sceglierla. Per di più un giornale si fa coi titoli, col loro corpo e il loro carattere, con l’impaginazione e il taglio dell’articolo, con la collocazione dell’articolo in una pagina piuttosto che nell’altra

Il giornalista non ha un dovere di obiettività, ma di testimonianza… Il che non è male, è umano e ragionevole: basta non nasconderlo al pubblico… Il compito del giornalista non è quello di convincere il lettore che egli sta dicendo la verità, bensì di avvertirlo che egli sta dicendo la ‘sua’ verità”.
(“L’illusione della verità”, 1969)

2) Il fatto che una notizia sia vera non vuole ancora dire che sia usata in modo vero. Trascuriamo pure l’ipotesi che un direttore di giornale ‘fabbrichi’ un colpevole per ragioni politiche. Basta già che renda evidente in prima pagina l’esistenza di un colpevole (e di una colpa) per far dimenticare altri colpevoli e altre colpe… A chi giova che emerga così violentemente la tale notizia in questo momento, quali altre notizie offusca?… L’ideologia della notizia a tutti i costi (che non ha nulla a che fare con l’ideale della verità a tutti i costi)… Il giornalista onesto dovrebbe chiedersi sempre se egli non stia falsificando i fatti per il solo fatto di enfatizzarli… Quello che mi preoccupa e che dovrebbe preoccupare tutti, è che moltissime volte il cronista non si esprimeva così per un preciso disegno politico, ma per pura e istintiva esigenza di creare la notizia, e cioè di rendere significativo un fatto banale. E siccome non vi è nulla di più convincente del banale e del comune, perché chiunque lo riconosce come verosimile, la suggestione e l’allusione che procedono secondo questi mezzi sono le più terribili e insidiose… C’è modo e modo di nominare le cose, di renderle neutre, innocenti o minacciose”.
(“Mostri in prima pagina”, 1972)

3) “Due elementi di rilievo sia nella pratica giudiziaria che in quella giornalistica: il surgelamento del crimine e la notizia a sobbalzo ritardato… Il crimine, tratto dal frigorifero (crimine Findus) viene usato quando fa più comodo… La cosa più sorprendente è il modo in cui la stampa è stata al gioco. Con encomiabile tempestività quasi ogni giornale ha titolato la notizia come se fosse fresca del giorno prima, relegando la data dell’evento nei meandri dell’articolo. Qualcuno anzi, per malinteso senso del giornalismo, ha dedicato quattro pagine all’evento… Contro ogni buona usanza giornalistica è stata data come bruciante attualità una cosa vecchia di due settimane e passa, che se le autorità avevano potuto tener coperta (onde usarla al momento buono) segno era che si trattava di ben poco, e ci sono voluti venti giorni per studiare come montarla”. (“La notizia Findus”, 1973)

4) “Oggi un paese appartiene a chi controlla le comunicazioni. .. Ciò che rende temibile il giornale non è la forza economica e politica che lo dirige. Il giornale come mezzo di condizionamento dell’opinione è già definito quando nascono le prime gazzette. Quando qualcuno deve scrivere ogni giorno tante notizie quante ne permette lo spazio a disposizione, in modo che siano leggibili da una udienza di gusti, classe sociale, istruzione diverse, la libertà di chi scrive è già finita: i contenuti del messaggio dipenderanno non dall’autore ma dalle determinazioni tecniche e sociologiche del medium… Ciò che conta è il bombardamento graduale e uniforme dell’informazione, dove i contenuti diversi si livellano e perdono le loro differenze. Vi sarete accorti che questa è anche la nota posizione espressa da Marshall McLuhan in ‘Understanding Media’. Salvo che per i cosiddetti ‘apocalittici’, questa convinzione si traduceva in una conseguenza tragica: svincolato dai contenuti della comunicazione, il destinatario dei messaggi dei mass media riceve soltanto una lezione ideologica globale, il richiamo alla passività narcotica. Quando trionfano i mezzi di massa, l’uomo muore… Sto proponendo una azione per spingere l’udienza a controllare il messaggio e le sue molteplici possibilità di interpretazione… Questa sarà l’unica salvezza per gli uomini liberi”. (“Per una guerriglia semiologica”, 1967)

5) “C’è stata un po’ di indignazione, ma non era altro che pietà per un povero perseguitato, e ironia per la pruderie del collegio giudicante. Quello che non si è capito è che, per quanto possa commuoverci o indignarci la sorte di Braibanti, il caso supera la sua persona e coinvolge tutti noi. Questa coscienza collettiva non esiste ancora… Qui può entrare in gioco soltanto un’azione inventiva degli operatori di cultura… Devono inventare un mobilitazione dell’immaginazione, della sensibilità, dell’intelligenza collettiva in modo che una bella mattina l’Italia si svegli trovandosi coinvolta nel caso Braibanti… Sto scrivendo da tempo su quella che chiamo la ‘guerriglia delle comunicazioni di massa’… Entrando a squadra nei bar e forse nelle case per ‘rileggere’ con la gente il telegiornale, o fermare le persone alle edicole per ‘rileggere’ con loro il ‘Corriere della Sera’… E’ a disposizione la strada per restituire alla base i mezzi di produzione semantica, cioè la capacità di scoprire nuove interpretazioni e nuove possibilità di lettura in messaggi imposti con altri fini… C’è un discorso che oggi è bloccato per motivi di inconscio collettivo, e non di razionalità politica. Anche qui, il nascere e il trasformarsi dei miti, e i processi di demitizzazione, sono un affare per noi… Come ‘inventare’ il modo in cui gli operatori di cultura potranno inserirsi in funzione costruttiva e chiarificatrice in questo processo?”. (“Vietando s’impara”, 1968)

topo*****

Da leggere, poi, il saggio (da manuale) “Sotto il nome di plagio”, apparso nell’omonimo volume (a più voci) nel 1969 (Bompiani), dove si esaminano le varie fasi del caso Braibanti (sotto il profilo morale, politico, giuridico, psichiatrico e sociologico), e dove Eco smonta le modalità dell’impianto accusatorio dell’istruttoria, quindi del processo e infine della sentenza, “svoltisi sotto il segno dell’irrazionalità e della tendenza all’uso indiscriminatamente emotivo delle prove e delle parole”.

Nel libro-raccolta di pezzi “Il costume di casa” (1973, ristampato nel 2012: 486 pp., Bompiani, 10,90 euro) il saggio sul caso Braibanti occupa ben 92 pagine (da 133 a 225).

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