Patchwork parigino tra presente e passato

Patchwork parigino tra presente e passato


20150531_185453Fino agli anni Sessanta Parigi era la città che accumulava le stratificazioni delle epoche senza che il vecchio fosse spodestato dal nuovo, e una delle ragioni del suo fascino erano le botteghe antiquate, le insegne stinte, le facciate lebbrose. Aspetti d’una tradizione risparmiatrice e misoneista coesistevano coi segni dell’opulenza di capitale di un impero coloniale ancora non del tutto liquidato e ci permettevano di recuperare ultimi riverberi di belle époque e periferie di film di Carné anteguerra.

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Ma ormai il boom edilizio era maturato anche a Parigi e le costruzioni nuove, i negozi lustri, le insegne moderne infiltravano inattese prospettive milanesi in una città che dalla guerra in poi non aveva cambiato che minimamente la sua immagine; i grattacieli e i nuovi complessi affacciavano Tokyo agli spalti della Senna; la severità fiscale falcidiava il pulviscolo di bottegucce che da tempo immemorabile perpetuava la minuta vita commerciale e artigiana di Parigi, e al loro posto le catene di supermercati e le onnipresenti banche estendevano le loro anonime superfici…

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Il mito di Parigi come città assoluta, sommario dell’universo – la parigi di Hugo, di Sue, di Balzac, poi di Baudelaire e delle acquaforti di Méryon – nasce nello stesso momento in cui s’affaccia un presagio di distruzione, e dietro la multiforme ricchezza dello spettacolo urbano s’intravede un paesaggio di deserto con rovine: un’esplosione di modernità urbanistica come violenza all’immagine del passato, cioè come sventramento che aperse i grandi viali sconvolgendo la topografia parigina e il mondo dell’immaginazione poetica e romanzesca.

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Fino al grande giocattolo di Beaubourg voluto da Pompidou, al buco lasciato aperto dalla scomparsa delle Halles, alla Défense le cui torri sciupano senza integrarvisi la prospettiva Arco del Carrousel-obelisco della Concorde-Arc de Triomphe, compendio dell’Ottocento restauratore (per non dire della Piramide trasparente che sorgerà nella gran corte del Louvre, e soprattutto il suo sventramento sotterraneo).

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Baudelaire, con cui la metropoli moderna diventa topos poetico dominante, è anche colui che vede nei segni delle trasformazioni urbanistiche – palazzi in costruzione, impalcature, come nel Cygne – l’immagine della distruzione, della perdita del proprio mondo, dell’esilio nel deserto; e per sottrarre la città al divenire e all’effimero sogna una città tutta minerale, una concrezione di cristalli (Rêve parisien). Prima di lui Lamartine, che non condivideva l’allergia di Baudelaire per il regno vegetale, aveva sognato Parigi inghiottita dalle foreste e dal fango della Senna.

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Insomma, il mito di Parigi è l’esatto contrario di quello della “città ideale”; perché la “città ideale”, capitale della ragione e dell’ordine e della bellezza, era Versailles, tutta geometrica e cartesiana, e Parigi rappresentava l’antitesi, il rovescio: “un enorme organismo in movimento, bello perché vivo, animato nel suo divenire da una vita sotterranea, piena d’ombre e profonda”.

Di Italo Calvino: adattamento di parti di un articolo apparso su “la Repubblica” del 19 giugno 1985 a proposito del libro (saggio letterario) “Le rovine di Parigi” del critico e scrittore Giovanni Macchia

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