8/5/1945: 70 anni in 88 tasti. Oggi è il suo compleanno, celebrato con due album (solo e classica) + concerto a Napoli (unica data: noi ci saremo) + libro di foto esclusive

8/5/1945: 70 anni in 88 tasti. Oggi è il suo compleanno, celebrato con due album (solo e classica) + concerto a Napoli (unica data: noi ci saremo) + libro di foto esclusive


-> Leggi un articolo su IlSole24Ore del 7/5 e un’intervista su La Repubblica del 28/4

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L’artista da cucciolo ha i pantaloni a zampa d’elefante, la capigliatura afro e un gran sorriso che negli anni successivi non gli sarà facile mostrare. Eccolo lì Keith Jarrett ventottenne, a Bergamo nel 1973, già famoso ma non ancora divinità inavvicinabile dell’improvvisazione pianistica, e così spiritoso da farsi ritrarre anche con la custode delle toilette.

L’immagine riemerge dagli archivi del fotografo Roberto Masotti ed è una delle perle di un libro in uscita per Arcana, Keith Jarrett, un ritratto, che insieme festeggia i 70 anni del venerato pianista, l’8 maggio, e una collaborazione fra autore e casa editrice. In attesa di tornare a sentire il maestro del Köln Concert in Italia, come solista, il 18 maggio al San Carlo di Napoli, e in due nuovi dischi per la Ecm, Creation e Barber/Bartók/Jarrett.

Racconta Masotti, uno che, spesso in coppia con la moglie Silvia Lelli, ha fotografato ossi duri come Carlos Kleiber e Maurizio Pollini, che quel giorno a Bergamo Jarrett gli sembrò «docile, scherzoso, collaborativo, e tuttavia ben determinato a sostenere un ruolo artistico, sempre e comunque».

Ma allora il concertista schivo e irritabile, quello che terrorizza le platee minacciando di alzarsi al primo colpo di tosse? «Gli anni passano per tutti – sorride Masotti -. Provi ad andare su YouTube e a cliccare sul concerto del 1974 di Perugia, vedrà il caos, il viavai di persone sul palco: quella era la condizione abituale per i gruppi che contaminavano rock e jazz. Un musicista all’inizio della carriera doveva adattarvisi per forza. Poi, se si diventa star, aumentano le pressioni e le aspettative, ed è inevitabile che uno così esposto cerchi di difendersi: pensi alle nevrosi di Arturo Benedetti Michelangeli, ad Andras Schiff e ai suoi concerti interrotti. Nel caso di Jarrett c’è stata una malattia lunga e complicata, la sindrome da affaticamento cronico, che per molto tempo lo ha tenuto lontano dai tour e lo ha scoraggiato dalle improvvisazioni in pubblico. Eppure credo che, in fondo, sia rimasto lo stesso».

Conquistare la sua fiducia fino a quella che non è un’amicizia vera e propria, ma un affettuoso rapporto di collaborazione di sicuro sì, è stato un processo molto naturale: «L’avevo già fotografato a Bologna addirittura nel 1969, però senza andare a presentarmi. A Bergamo sono arrivato con un incarico ufficiale del mensile “Musica Jazz” e abbiamo fatto conoscenza. Sul palco gli giravo intorno con delicatezza, senza aggredirlo. A un certo punto ha capito che poteva lasciarsi andare. E poi nel corso del tempo, da Berlino a Bregenz, da Venezia a Ravenna, da solo o in trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette, era come se mi dicesse: lo so che ci sei, ma sono tranquillo. Fa’ pure il tuo lavoro. Ho capito che non te ne stai approfittando».

(Egle Santolini, “La Stampa”)

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