Monthly Archives: maggio 2015

Saggezza epigrammatica al parco

Saggezza epigrammatica al parco


Una giostra fatta di intelligenza, idiosincrasie, contraddizioni, dove la rilassatezza buddhista va di pari passo con il desiderio di protestare e di ribellarsi, dove dopo una riflessione sul decadimento (dei costumi) scatta l’aerea considerazione auto-ironica.

Enzensberger.indd«Tutte le cose intelligenti sono già state pensate, bisogna solo ripensarle», ha scritto Goethe. In questo senso il libretto di Enzensberger si inserisce in una tradizione che da Epicuro conduce a Montaigne, Lichtenberg, Nietzsche, e infine a Brecht e Adorno. Le Considerazioni del signor Zeta non sono quindi una costruzione hegelianamente strutturata, ma pensieri «in libertà» che non intendono necessariamente presentarsi come originali e rivoluzionari, e nemmeno mascherare eventuali contraddizioni (coercizioni queste, dalle quali l’autore ha preso allegramente le distanze ormai da molti anni).

Zeta è un signore grassottello, vestito in modo antiquato (porta una bombetta marrone!), abituato a una vita di agi (di nuovo Epicuro?), che ogni pomeriggio prende posto sulla panchina di un parco e coinvolge i passanti in allegre discussioni. Sul suo conto il pubblico, e con esso anche i curatori che si sono presi la briga di annotare quanto andava dicendo, ha opinioni discordanti: alcuni lo considerano un saggio, altri uno sputasentenze, una «persona poco seria», un clown, un polemico filosofo. Molti scuotono la testa e tirano via, alcuni si fermano. Per quanto differenziati siano i giudizi, è comunque indubbio che si tratta di un oratore fuori dagli schemi, che può dire cose che altri preferiscono tenere per sé, mettere in discussione pregiudizi e verità acquisite.

Una sola volta lo abbandona la sua tranquillità, la sua pacatezza: quando uno studente di filosofia lo accusa di essere un aforista. Perché l’aforisma ha in sé un che di definito, di apodittico, qualità dalle quali il signor Zeta rifugge: le contraddizioni non lo turbano piú di tanto, l’esistenza umana ne è piena, e lui preferisce relativizzare e appunto contraddire (anche se stesso). E cosí, pomeriggio dopo pomeriggio, questo insolito pensatore riflette sulla storia, sull’intelligenza umana (considera sopravvalutata quella dei contemporanei), sulla scienza (l’inutilità delle missioni nello spazio con uomini a bordo), la tecnica, la collettività, i designer (il cui obiettivo primario sembra quello di rendere «inutilizzabili tutti gli oggetti di uso comune»), ma anche sulla politica e gli uomini politici (Che Guevara in primis).

Non mancano, nel repertorio del signor Zeta – che dice di essere un dilettante privo di ambizioni: «ho le mie idee e sono contento quando qualcuno mi fa ricredere su qualcosa» -, i consigli su come migliorare la vita: ad esempio visitare un orto botanico – un’operazione sana per il corpo e per la mente - dove ci accoglie una grande varietà di nomi scientifici che sono infinitamente superiori alla transitorietà del linguaggio cui siamo costretti a confrontarci ogni giorno nei media. Il tempo passa, inizia a fare freddo, arriva l’inverno e il signor Zeta si ritira, scompare dal microcosmo del parco. Di lui restano le briciole che ha lasciato cadere e che qualcuno ha raccolto. (Sinossi Einaudi)

«Anche solo per motivi igienici lui, Z., cambiava le opinioni più spesso della camicia. Non appena mostravano i primi bordi neri, le metteva nel bucato».

L’Innamorato Boiardo a Scandiano? Preferiamo il Furioso Ariosto a Reggio

L’Innamorato Boiardo a Scandiano? Preferiamo il Furioso Ariosto a Reggio


"Angelica e Medoro" (Simone Peterzano, 1535-1599)

“Angelica e Medoro” (Simone Peterzano, 1535-1599)

L’amour fou di Orlando (prima Innamorato e poi Furioso: mai però curioso, di sicuro un po’ fuso) e l’amor fati di suo cugino e rivale in amore Rinaldo, col suo bel cavallo baio forte di tempra e chiamato Baiardo – che tra l’altro fa rima con Boiardo, tiè!

Quindi Angelica la bisbetica e Brad-amante l’altolocata (di cui scrive anche Calvino, poverino, nell’Inesistente), i cavalieri vicini e i paladini lontani, e gli inchini e i lecchini, o le gesta per vecchi e bambini e persino quell’Astolfo sulla luna fra i tanti stolti sulla terra (per non dire “astrunzi”: come Gano di Maganza, personaggio de tacco e de panza).

Non solo: con Ruggiero e con Medoro che si pigliano le donne, ippogrifi e già ingrifati, e insomma, buonanotte ai due cristiani, per la gioia dei pagani, sacripanti o rodomonti – e pure al vescovo Turpino o a Zerbino il principino.

loveForse è meglio l’ariosteo (ferrarese e in più reggiano) dello scandianese in Rocca: alle strofe del potente preferiamo il buon erede – al buon Conte il suo cantore, sì, lo scrivano cortigiano emilio-estense.

E’ per questo che siam pronti, non adesso ma tra un anno, finalmente a festeggiare il poeta Ludovico (molto fico e a tutto spiano) nella casa al Mauriziano. Morale della fabula: noi il “Love Festival” lo celebreremo nel 2016, 500° anniversario della pubblicazione della prima edizione (1516) dell’Orlando Fast & Furious. Amen.

Verso Napoli, 18 maggio 2015. Ode

Verso Napoli, 18 maggio 2015. Ode


pulcinellaLunedì prossimo av-venturo, da umanoide apolide e animista atipico o solista apatico (fors’anche da sofista babelico, foss’anche da onanista mistico), se il giorno verrà e Italo vorrà e varrà la mia Itaca, sarò nel pieno unanimismo d’un ritorno in quella Napoli Capitale d’Italia che sa di sapere, nel ricordo capitale di quel lontano presente che fu il 18 maggio 2009 (stesso posto, stessa data, stesso teatro): che io volli e attesi e presi, e che poi mi tenni stretto giacché mi rese assai e di più nel mio percorso ch’è un discorso sempre aperto a-tu-per-tu.

Un viaggio nella “cultura umanista” dal tepore umanistico e tenore sanfedista, un villaggio d’altura vagamente storicista e sanamente illuministico, laicamente rituale e stoicamente spirituale, fieramente caffeista e fortemente pianistico (da Vico a Croce, da San Gennaro al San Carlo, dalla didattica di Vitale alla tastieristica di Jarrett). Una trasferta che sa di catarsi sudista in chiave purista: una città di onde e di sponde (d’odori e d’ardori) che risponde di tutto e che dal golfo allo zolfo si confonde fra turisti e turnisti a zonzo.

8/5/1945: 70 anni in 88 tasti. Oggi è il suo compleanno, celebrato con due album (solo e classica) + concerto a Napoli (unica data: noi ci saremo) + libro di foto esclusive

8/5/1945: 70 anni in 88 tasti. Oggi è il suo compleanno, celebrato con due album (solo e classica) + concerto a Napoli (unica data: noi ci saremo) + libro di foto esclusive


-> Leggi un articolo su IlSole24Ore del 7/5 e un’intervista su La Repubblica del 28/4

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L’artista da cucciolo ha i pantaloni a zampa d’elefante, la capigliatura afro e un gran sorriso che negli anni successivi non gli sarà facile mostrare. Eccolo lì Keith Jarrett ventottenne, a Bergamo nel 1973, già famoso ma non ancora divinità inavvicinabile dell’improvvisazione pianistica, e così spiritoso da farsi ritrarre anche con la custode delle toilette.

L’immagine riemerge dagli archivi del fotografo Roberto Masotti ed è una delle perle di un libro in uscita per Arcana, Keith Jarrett, un ritratto, che insieme festeggia i 70 anni del venerato pianista, l’8 maggio, e una collaborazione fra autore e casa editrice. In attesa di tornare a sentire il maestro del Köln Concert in Italia, come solista, il 18 maggio al San Carlo di Napoli, e in due nuovi dischi per la Ecm, Creation e Barber/Bartók/Jarrett.

Racconta Masotti, uno che, spesso in coppia con la moglie Silvia Lelli, ha fotografato ossi duri come Carlos Kleiber e Maurizio Pollini, che quel giorno a Bergamo Jarrett gli sembrò «docile, scherzoso, collaborativo, e tuttavia ben determinato a sostenere un ruolo artistico, sempre e comunque».

Ma allora il concertista schivo e irritabile, quello che terrorizza le platee minacciando di alzarsi al primo colpo di tosse? «Gli anni passano per tutti – sorride Masotti -. Provi ad andare su YouTube e a cliccare sul concerto del 1974 di Perugia, vedrà il caos, il viavai di persone sul palco: quella era la condizione abituale per i gruppi che contaminavano rock e jazz. Un musicista all’inizio della carriera doveva adattarvisi per forza. Poi, se si diventa star, aumentano le pressioni e le aspettative, ed è inevitabile che uno così esposto cerchi di difendersi: pensi alle nevrosi di Arturo Benedetti Michelangeli, ad Andras Schiff e ai suoi concerti interrotti. Nel caso di Jarrett c’è stata una malattia lunga e complicata, la sindrome da affaticamento cronico, che per molto tempo lo ha tenuto lontano dai tour e lo ha scoraggiato dalle improvvisazioni in pubblico. Eppure credo che, in fondo, sia rimasto lo stesso».

Conquistare la sua fiducia fino a quella che non è un’amicizia vera e propria, ma un affettuoso rapporto di collaborazione di sicuro sì, è stato un processo molto naturale: «L’avevo già fotografato a Bologna addirittura nel 1969, però senza andare a presentarmi. A Bergamo sono arrivato con un incarico ufficiale del mensile “Musica Jazz” e abbiamo fatto conoscenza. Sul palco gli giravo intorno con delicatezza, senza aggredirlo. A un certo punto ha capito che poteva lasciarsi andare. E poi nel corso del tempo, da Berlino a Bregenz, da Venezia a Ravenna, da solo o in trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette, era come se mi dicesse: lo so che ci sei, ma sono tranquillo. Fa’ pure il tuo lavoro. Ho capito che non te ne stai approfittando».

(Egle Santolini, “La Stampa”)