Monthly Archives: febbraio 2015

Il buon valore del non esserci: elogio della discrezione come antidoto alla compulsività del dire e del fare. Per ritrovare spazi perduti e tempo per sé, contro l’onnipresenza unita a onnipotenza. Fermarsi, sottrarsi, ritirarsi

Il buon valore del non esserci: elogio della discrezione come antidoto alla compulsività del dire e del fare. Per ritrovare spazi perduti e tempo per sé, contro l’onnipresenza unita a onnipotenza. Fermarsi, sottrarsi, ritirarsi


In una società che vive di apparenza e spettacolarità, la discrezione è una necessaria forma di resistenza. Spegnere i riflettori, abbassare il volume, godere dell'anonimato sono gesti politici prima che morali. La discrezione è un'arte, un atto volontario, una consapevole scelta di vita in un mondo che ci vorrebbe sempre connessi, protagonisti, inesorabilmente presenti, e in cui s'impone l'urgenza di una tregua, di staccare e sparire. Come quando, in un paese straniero, assaporiamo la massima libertà di non essere riconosciuti, la discrezione è arte della scomparsa: non nascondere nulla fino a non avere più nulla da mostrare, fino a rendere la propria presenza impercettibile. È arte della sottrazione, non per negare ma per affermare se stessi, e al contempo far scomparire quello che ci definisce. È aprirsi al mondo senza toccarlo, è gioia di "lasciar essere" le cose. È ancora possibile oggi, tra selfie e YouTube, essere discreti? Secondo Pierre Zaoui la risposta è sì: anzi, la discrezione è la nuova faccia della modernità, frutto delle libertà offerte dalle nostre società democratiche. Nel suo saggio, Zaoui convoca i grandi pensatori della discrezione, da Kafka a Blanchot a Deleuze, passando per Virginia Woolf e Walter Benjamin, per delineare i tratti di questa esperienza "rara, ambigua e infinitamente preziosa".

In una società che vive di apparenza e spettacolarità, la discrezione è una necessaria forma di resistenza. Spegnere i riflettori, abbassare il volume, sapersi invisibili o godere dell’anonimato sono gesti politici prima che morali. Una consapevole scelta di vita in un mondo che ci vorrebbe sempre connessi, protagonisti, inesorabilmente presenti, e in cui s’impone l’urgenza di una tregua, di staccare e sparire. Non nascondere nulla fino a non avere più nulla da mostrare, fino a rendere la propria presenza impercettibile. È arte della sottrazione, non per negare ma per affermare se stessi, e al contempo far scomparire quello che ci definisce. È aprirsi al mondo senza toccarlo, è gioia di “lasciar essere” le cose. È ancora possibile oggi, tra selfie e YouTube, essere discreti? Sì: anzi, la discrezione è la nuova faccia della modernità, un’esperienza “rara, ambigua e infinitamente preziosa”. Una riflessione

Il nuovo saggio del filosofo Pierre Zaoui (così come il film di Panahi trionfatore a Berlino) rilancia il valore del “non esserci”. Contro gli eccessi dell’era social

Imparare a rendersi impercettibili e godere dello scomparire» procura il conforto di ascoltare qualcuno, il piacere di imparare invece che di voler sempre insegnare tutto a tutti. È fonte di una specie di sollievo estetico, è il recupero di uno stile, è una radura di silenzio dentro l’affollato parolaio. È il conforto di una domanda invece di mille risposte dette tutte insieme

—> Quando i bambini non vogliono sentire risposta, fanno per gioco un gesto che gli hanno insegnato gli adulti. Si coprono con le mani le orecchie, a volte chiudono anche gli occhi, e poi dicono “bla bla bla” a getto continuo. Ovvero, innalzano un muro di parole tra sé e il mondo che li circonda, una fortezza inespugnabile collaudata da generazioni prima di loro. Finché continueranno a blaterare niente li potrà raggiungere, nulla li potrà scalfire. Ingenuamente, si proteggono gli occhi e le orecchie, pensando che il mondo potrebbe entrare anche da lì. Crescendo poi si rendono conto che se ne può fare anche a meno, e che quella specie di gioco è una strategia che più o meno usano tutti. Basta non smettere mai di parlare, per non ascoltare.
—> Non è necessario tapparsi le orecchie. Si può saltare fuori dalla trincea e incamminarsi nel mondo senza troppe paure: il caricatore di parole che svuoteremo sarà il miglior fuoco di copertura. L’importante è non lasciare mai il grilletto: dire, dichiarare, chiacchierare, twittare, chattare, affermare, scherzare, sminuire, ingigantire, commentare. Ogni indecisione può essere fatale: appostato dietro un mirino, da qualche parte, c’è sempre pronto qualcuno che potrebbe cominciare a parlare.
—> Eppure poi quando capita di fare cilecca, di restare lì impalati senza munizioni verbali, ci si accorge che succede una cosa soltanto: il mondo comincia la controffensiva, e così facendo ci si spalanca davanti. E se i primi attimi di silenzio possono portare smarrimento – il terrore di sparire – quello che poi ne consegue è una specie di sollievo, e un’insperata e rifocillante pienezza. Questo è uno dei pensieri a cui induce, tra l’altro, la lettura di L’arte di scomparire. Vivere con discrezione, del filosofo francese Pierre Zaoui (il Saggiatore, nella traduzione di Alice Guareschi)… Read the rest of this entry

50 sfumature di souvenir. Nuove frontiere anti-crisi del “porn to be wild”, ecco il video-selfie-cameo: compi gli anni e vuoi regalarti un filmino privato con la tua attrice hard preferita? No problem, basta pagare

50 sfumature di souvenir. Nuove frontiere anti-crisi del “porn to be wild”, ecco il video-selfie-cameo: compi gli anni e vuoi regalarti un filmino privato con la tua attrice hard preferita? No problem, basta pagare


È l’ultima frontiera del porno low cost. La ciambella di salvataggio del mercato a luci rosse: i porno-souvenir. Vai pazzo per un’attrice hard e vuoi un filmino privato con lei? Nessun problema, basta pagare. Oggi le pornostar più richieste offrono un nuovo prodotto: video hard fai da te con i fan, da portarsi a casa e mostrare agli amici. Un business che viaggia sul passaparola e su internet.

50 sfumature

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‘Il problema non è Sanremo in sé, ma in me’

‘Il problema non è Sanremo in sé, ma in me’


sanremo vincinoNon se ne esce. Il discorso da fare su Sanremo, quello utile (nel senso di complicato e per questo, oggi, inutile), sarebbe sulle nostre reazioni al fatto che il Festival esiste e persiste, ovvero su tutti i cliché in cui ci ficchiamo con gli occhi sbarrati da marionette per prendere posizione, a prescindere da cosa offra, sulla kermesse canora per eccellenza, quella che ci inculca annualmente la nostra resilienza di italiani: non importa quanto odiamo noi stessi e quanto ci sentiamo inadeguati, continueremo per sempre a essere esattamente così.

Ma alla fine, invece di chiederci cosa sia questa compulsione al commento sanremese e perché ci illudiamo che prendere le distanze da quell’eterno kitsch e dalla sua retorica ci renda diversi o “migliori”, preferiamo lamentarci delle canzoni, della conduzione, dell’inutilità delle vallette (o come diavolo si chiamano adesso) e dei capi firmati scelti per loro. Forse il nostro problema è che, come sentiamo ripetere da decenni, “Sanremo è Sanremo”, e quindi non si può metterne in discussione la natura. Ma perché no? Sul serio: perché dev’esserci per forza Sanremo? E perché non può evolversi? Perché due versioni sostanzialmente identiche, quella “progressista” di Fazio e quella “tradizionale” di Conti, vengono spacciate per libere interpretazioni di un brand mentre ne sono entrambe schiave… Read the rest of this entry

L’assolo di Colonia compie 40 anni

L’assolo di Colonia compie 40 anni


The Köln Concert è una registrazione di Keith Jarrett per l’etichetta ECM. Si tratta di un’improvvisazione solista eseguita all’Opera di Colonia il 24 gennaio 1975. È considerato il più famoso album di piano solo, con 3 milioni e mezzo di copie vendute. Un critico ha definito The Köln Concert un capolavoro “che scorre con calore umano”.

kolnUn importante aspetto di questo album è la capacità di Jarrett di eseguire un gran numero di improvvisazioni su una vamp (equivalente jazzistico dell’ostinato) di uno o due accordi per periodi piuttosto prolungati di tempo. Ad esempio, nella parte I, Jarrett esegue ben 12 minuti di improvvisazione utilizzando praticamente due soli accordi, il la minore settima e il sol maggiore. A volte lo stile è calmo, a volte affine al blues, a volte vicino al gospel.

Fin dall’uscita dell’album (diviso in tre parti, per quattro tracce) furono pressanti le richieste su Jarrett di pubblicare una trascrizione della musica. Inizialmente Jarrett si rifiutò di soddisfare la richiesta, perché disse che il concerto era completamente improvvisato e secondo lui “doveva andarsene così come era venuto”, e poi che alcune parti del concerto non sono possibili da trascrivere, in quanto completamente fuori dal tempo metronomico. Col tempo però cambiò idea, ma pose la condizione di poter controllare tutte le fasi del processo di trascrizione… Read the rest of this entry

Stampare o no? 50 anni di giudizi a caldo

Stampare o no? 50 anni di giudizi a caldo


In uscita in questi giorni

In uscita in questi giorni

“Una scheda di lettura editoriale è un genere letterario di difficile definizione e può prendere forme molto diverse a seconda di chi la scrive: è una recensione un po’ più informale del solito, un appunto di servizio, un testo creativo, un divertissement, uno sfogo. Ma in realtà non è che una veste piú professionale di un’abitudine molto naturale in tutti i lettori: parlare di un libro che si è letto a qualcuno che ancora non l’ha letto. Con entusiasmo, con precisione, con fastidio per la noia che si è provata. Una sola cosa non pertiene ai lettori non professionali, e cioè la valutazione editoriale, il suggerimento di pubblicare o non pubblicare quel libro. Valutazione che può contemplare una serie di parametri assai varia, da quelli ideologici a quelli commerciali, cercando di non dimenticare mai l’identità della casa editrice”.

“In questo volume Tommaso Munari ha raccolto 194 schede scritte da cento fra i più famosi lettori che l’Einaudi ha avuto nel corso degli anni. Dai «padri fondatori» come Pavese, Bobbio e Mila, agli scrittori «organici» alla casa editrice come Natalia Ginzburg, Vittorini, Calvino, Fruttero e Lucentini, Manganelli, ai grandi studiosi che frequentavano le riunioni del mercoledí, come De Martino, Cantimori, Musatti, Argan, Contini, Caffè, Ripellino, Jesi, Segre e tanti altri, senza dimenticare il mitico Bobi Bazlen che proprio nell’attività di suggeritore editoriale ha fatto convergere tutto il suo straordinario percorso intellettuale. Sotto l’occhio clinico di questi signori passano capolavori della narrativa e della saggistica, ma anche libri di autori poco noti. Adesso è facile dire qual era l’opera geniale e quale no, ma i giudizi qui raccolti sono in presa diretta. Si poteva sbagliare, qualche volta si è sbagliato. Ma poter leggere i commenti «a caldo» su Broch, Propp, Eliade, Bataille, Braudel, Duras, Adorno, Benjamin, fino a Mordecai Richler e Mo Yan, crediamo possa stimolare molta curiosità e dare una certa emozione. E anche un bel divertimento, soprattutto quando scendono in campo i lettori-scrittori, che sono i primi a divertirsi. Come Calvino che inventa una filastrocca su Purdy o Lucentini che, per stroncare un libro, scrive una scheda in forma di dialogo teatrale fra l’autore del libro in questione e un suo annoiatissimo lettore”.