La Francia omaggia Caproni

La Francia omaggia Caproni


Convegno alla Sorbona. Invito a riscoprire un poeta italiano tra i più liberi

"Erba francese", 1978 (Giorgio Caproni)

“Erba francese”, 1978 (Giorgio Caproni)

Il ritratto più essenziale di Giorgio Caproni? Lo si deve a Mengaldo che ha scritto: le sue «canzonette sono un po’ a spigoli, un po’ a spirale, di fil di ferro come il magnifico uomo che le ha scritte».

Parole che vanno d’accordo con quelle di Pasolini: Caproni (1912-90) è «uno degli uomini più liberi del nostro tempo letterario». A me piace molto Citati quando scopre nella poesia di Giorgio «il respiro incorporeo e lievissimo del segno taoista». Non può dunque stupire la crescente fortuna, anche fra i giovani, di questo poeta ormai considerato a ragione uno dei più grandi del Novecento italiano. Rallegra perciò che la Sorbona, la prestigiosa università di Parigi, gli dedichi tre giornate di studio (5-7 giugno).

L’occasione? La traduzione, in lingua francese, dell’opera caproniana. Più di mille pagine, escono in questi giorni. Si tratta di un’impresa assai impegnativa, anche sul piano scientifico, cui hanno lavorato Isabelle Lavergne e Jean-Yves Masson… Se mi fosse stato possibile, ringraziando dell’invito che non ho potuto accogliere per motivi indipendenti dalla mia volontà, avrei preso molto volentieri parte a un incontro che onora la nostra cultura. Mi sarei impegnato a dare, non certo da studioso o da critico ma da testimone, il mio personale contributo. Nella cassaforte dei miei ricordi c’è, fra gli altri, quello d’un ormai lontanissimo pomeriggio. Giorgio col suo aspetto un po’ da attore francese, fine anni trenta, disse a me «pupetto» di otto o nove anni «adesso scriviamo una poesia insieme». Ero curioso della manualità di quel lavoro, nemmeno mi fosse stato proposto di costruire un modellino di aeroplano. Sguainata la sua penna stilografica, una Sheaffer color bordeaux dal pennino corazzato, guardandomi ogni tanto nemmeno avessi dovuto sul serio venirgli in aiuto, Giorgio prese a improvvisare.

Diceva i versi a voce alta e li appuntava sul retro d’una scatola di sigarette turche: «Cosa mai studi, Antonio, / ora che aprile trema / ai vetri, e una mosca / — minuta arpa — vibra / delicata sul tema?». In francese, riproposti dalla Lavergne, questi che sono i versi iniziali d’una più lunga poesia così risultano: «Quels devoirs fais-tu là, Antonio, / alors qu’avril tremble / à la vitre, et qu’une mouche / — menue harpe — vibre / délicate en mesure?». Non stupisca la mia famigliarità di bambino con Caproni, più tardi indulgente prefatore del mio primo libro. Giorgio, da noi Debenedetti, poteva dirsi di casa. Era ancora un giovanotto quando, chiamato da Natalia Ginzburg a tradurre Il tempo ritrovato, venne a consultare mio padre «proustologo» di riconosciuta perizia. Quello di traduttore fu d’altronde il secondo mestiere, insieme con l’insegnamento, di Caproni. Lo ricordo una sera raccontare i suoi tormenti perché non riusciva a trovare l’equivalente italiano per polivalenza di significati d’una parola usata da Céline.

D’altronde è stato proprio il poeta del Seme del piangere a dichiarare durante una trasmissione radiofonica, cui partecipavo anch’io, che tradurre è come sposare un autore. Disse così: «Io sposo Apollinaire poi nasce un figlio, somiglia a Apollinaire ma somiglia anche a me Caproni, però in realtà non è né Apollinaire né Caproni», e gli uscì un riso che sembrava un brontolio.

Antonio Debenedetti (Corriere.it)

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