Liti televisive, i luoghi comuni frequenti

Liti televisive, i luoghi comuni frequenti


Cersaie 2013 a Bologna in questi giorni: le ceramiche Del Conca si affidano alla donna sexy disegnata da Milo manara

Cersaie 2013 a Bologna in questi giorni: le ceramiche Del Conca si affidano alla donna sexy disegnata da Milo Manara

– Non appena se ne presenti il minimo pretesto, durante un dibattito televisivo è fondamentale ripetere indefinitamente: “Mi lasci finire. Mi lasci finire. Io non l’ho interrotta!” Una volta ottenuto il silenzio è facoltativo completare il proprio pensiero.

– Una buona tecnica per risaltare durante un dibattito su temi politici è restare rigorosamente zitti il più a lungo possibile, magari facendo delle facce ironiche. Citare il Moretti di “Mi si nota di più se vengo e sto zitto in un angolo o se non vengo per niente?”

– Altra tecnica molto efficace per prevalere in un contenzioso è scegliere una parola a caso e urlarla allo sfinimento a volume progressivamente più alto, fino a livelli da stadio, così da oscurare completamente l’antagonista. Insuperato il “Capra! Capra! Capra!” di sgarbiana memoria, ripetuto per alcuni minuti…

– Posiziona come intellettuali rigorosi, usi a compulsare la Piccola Biblioteca Adelphi, ritrovare in una qualunque lite televisiva l’applicazione degli stratagemmi consigliati da Schopenhauer in “L’arte di ottenere ragione”.

– Se non si ha almeno una zuffa televisiva nel curriculum vuol dire che come personaggio pubblico non si è nessuno. Convenirne.

– Il conduttore televisivo che vuole mostrare polso, a un certo punto deve necessariamente tuonare: “Abbassiamo i microfoni all’Onorevole Tizio”, quindi continuare a parlare ai telespettatori ostentando indifferenza nei confronti del sottofondo di schiamazzi.

– Prediligere le risse de “Il grande fratello”: ingenue, forse, patetiche, certamente, magari persino finte, ma così catarticamente primordiali.

– Periodicamente pubblicare un articolo in cui si afferma che la gente è stufa di risse in tivù – mentre al contrario è avida di contenuti – denota coscienza civile e alti ideali democratici.

– Stilare la propria classifica delle cinque risse preferite e confrontarla con quelle degli altri commensali.

– Ricordare che il primo che ha dato reale dignità alla cagnara televisiva è stato Costanzo al Maurizio Costanzo Show. Dissentire o convenire, ma di seguito ricordare la torta in faccia che gli ha tirato la contessa Ripa di Meana, autentico vertice dada.

– Preferire provocatoriamente le lotte dei gladiatori, perché almeno in quei casi morivano dei professionisti pagati per farlo. Nelle liti televisive di oggi gli antagonisti sopravvivono, ma muoiono lentamente gli spettatori. Pippone sociologico che denota profondità di pensiero e capacità di lettura critica della modernità. Attenzione a non esagerare con il moralismo un tanto al chilo.

– Dibattere se si preferiscano le liti tra donne o quelle tra uomini. Sostenere che le prime abbiano insita una quota di voyeurismo che le rende più stimolanti, un po’ come la lotta nel fango.

– Provare intensa pena per quei conduttori che non riescono a sedare gli ossessi in studio e continuano a ripetere “Per favore! Per favore!” con il tono dei supplenti di italiano incapaci di riportare l’ordine in classe. Commovente.

– Di tanto in tanto navigare su YouTube alla ricerca delle risse più surreali. Particolarmente gradite quelle nei parlamenti esotici, dove cinquecento onorevoli si menano come falegnami. Valutare se dire che a questo livello noi non ci siano ancora arrivati.

– Sostenere che le liti televisive, tutte senza esclusione, sono artatamente costruite in pura funzione dello share, posiziona come smagati conoscitori dei media.

– In tivù alzarsi e andarsene durante una lite con qualcuno non giova mai. È dimostrato che quello che resta, per quanto ributtante, diventa improvvisamente più simpatico. Dibatterne.

– Apprezzare particolarmente gli alterchi tra direttori di quotidiani. Dispiacersi che quel minimo di istruzione superiore impedisca alle parti in causa di abbandonarsi senza remore a dei liberatori vaffanculo, che pur si sentono urgere sotto le sintassi cristalline.

(Andrea Ballarini, Il Foglio)

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