Impromptu a tu per tu #3

Impromptu a tu per tu #3


“L’amore è paradosso, mare mosso, vanità d’accesso.

E’ muro di cinta con feritoie grandi come ferite continuamente incinta, laddove non sparare non significa non aver preso o perso la mira, e nemmeno vuol dire aver smesso di sperare sul pianista che non sono mai stato.

L’amore che conosco è una muraglia cinese di parole in cirese, una medaglia conquistata sul canto della sera (di autoradio in autoradio verso il lago di questo ego un tempo autostradale rimasto nelle dita di chissà quale rima vittoriale), una voce fuori campo, e fors’anche – foss’anche! – una maglietta fina, come dice quel cantante che come me, per sottrarle alla burla, urla dalla cima le cose che contano.

Totem e tribù, Golem e tabù.

Rinunciare al nesso spinto in virtù del cenno di poi.

Avvinti come un caro estinto nell’ingiocato noi.

 Come un baro che sventola l’irrisoria e irrisolta risposta (questo foglio elettronico, questa foglia di fico mai gialla e mai morta) sul piatto ricco dell’inceduta carta matta in cui ciclicamente “ciliciamente” mi ficco – in sonno o in veglia.

Nella partita patta d’invendute risorse riposte dietro un rantolo incapito. 

La soglia d’un ritorno al futuro, la voglia del ricordo più puro.

Lettera viva, lotteria punitiva, pena certa di lenitiva cura: vena sorgiva d’un bambino mai nato, sepolto nel destino d’un Io in su e in giù riscavato.

 Interno audio, ripescato dio.

Oh traguardo che ti fai sguardo, oh tramestìo mio indimenticato!”

(Pet Rarca)

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