CIVILTA’ O BARBARIE – 3?
Quest’Italia irrazionale e vendicativa


SALVIAMO IL SOLDATO SALLUSTI

CIVILTA’ O BARBARIE – 3?
Quest’Italia irrazionale e vendicativa


SALVIAMO IL SOLDATO SALLUSTI


Noi giornalisti siamo una corporazione, attenti, come ogni altra corporazione, a mantenere i nostri privilegi (in oltre sessant’anni di vita repubblicana un solo giornalista, che io ricordi, ha scontato effettivamente il carcere: Giovannino Guareschi che aveva diffamato il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi)… Noi giornalisti non siamo cittadini speciali, killer con la “licenza di uccidere” come gli agenti della Cia. Dobbiamo rispondere di ciò che scriviamo. Ho assistito a troppi massacri perpetrati dalla stampa, con conseguenze tragiche, prima che “lor signori”, con Mani Pulite, scoprissero improvvisamente, e del tutto strumentalmente, il “garantismo”. Cito, per tutte, la vicenda, del 1969, di Adolfo Meciani, implicato nel “caso Lavorini”, che si uccise, innocente, in carcere impiccandosi a un lenzuolo. Un autentico omicidio di stampa. (Massimo Fini)…

***

Che cosa pensiamo di Alessandro Sallusti (non dell’ex bravo cronista del Corriere, ma del direttore di Libero e poi del Giornale), i nostri lettori lo sanno benissimo perché l’abbiamo scritto mille volte e mille volte lo scriveremo. Ma non oggi. Perché Alessandro Sallusti rischia di finire in galera o agli arresti domiciliari o ai servizi sociali, per scontare una condanna a 1 anno e 2 mesi senza condizionale: gliel’ha inflitta la Corte d’appello di Milano, aggravando il verdetto del Tribunale che gli aveva appioppato 5 mila euro di multa e 30 mila di risarcimento… Si dirà: i giornalisti sono cittadini come gli altri (eccetto i politici, si capisce) e non c’è nulla di strano se, in caso di condanna, la scontano. Vero: ma questo dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali. Sallusti è stato condannato per aver diffamato su “Libero” un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo, in un articolo del 2007 scritto da un altro sotto pseudonimo, ma di cui gli è stato attribuito l’“omesso controllo” in veste di direttore responsabile.

Non so cosa fosse scritto in quell’articolo… Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio. E i principi vanno difesi quando riguardano gli altri, possibilmente i più lontani da noi.. Non si possono cambiare ogni mattina come le camicie, gli slip e i calzini. Il principio, peraltro ovvio in tutti i paesi civili, è che nessun giornalista può rischiare in prima battuta il carcere (anche se finto, come da noi) per quello che scrive. Nemmeno se è sbagliato o impreciso… Da vent’anni, da quando in Parlamento si dicono tutti “liberali” e “garantisti ”, non si contano le promesse di riformare il codice penale sulla diffamazione.

La soluzione è una regoletta che imponga a chi sbaglia di ristabilire la verità e riparare all’offesa in forme e spazi proporzionati al danno arrecato, e solo in caso di rifiuto preveda la possibilità di adire le vie legali (anche, nei casi più gravi e dolosi, col carcere). Così, fra l’altro, si distingue chi sbaglia in buona fede (e rettifica) da chi lo fa in malafede (e insiste). Sappiamo come sono finite quelle promesse: come i tagli ai “costi della politica”. E sappiamo anche perché: a questa classe politica fa comodo ricattare la stampa con denunce penali e civili milionarie. In attesa di trovare, magari nel quarto millennio, una maggioranza davvero liberale, c’è un solo modo per evitare che Sallusti diventi un detenuto: il buonsenso. Sallusti chieda scusa e rifonda il danno al giudice diffamato. E questi ritiri la querela: dimostrerebbe fra l’altro che, con tutte le magagne, i magistrati sono ancora molto meglio dei politici. (Marco Travaglio)

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