REBEL! E’ tempo di “radicalismo liquido”

REBEL! E’ tempo di “radicalismo liquido”


La crisi (il crollo dei sistemi) diffonde paura e rabbia in aree discontinue della società

L’Italia della crisi pullula di grilli parlanti. Spesso cattivi, che sanno solo fomentare rabbia contro il burattinaio di turno. Ieri il Grande Inquisito, il Corruttore, oggi il Capitalista, il Banchiere, l’Esattore delle Tasse, il Professore, la Ministra del Lavoro, il Giudice. Con le maiuscole, perché nella favola nera che capovolge Collodi sono tutte allegorie del Potere.

Oggi, Pinocchio si sente impoverito nei beni materiali e nello spirito. Ha investito a perdere soldi e illusioni nel Campo dei miracoli, vuole fare un giro nel Paese dei balocchi, ma non ha abbecedari da rivendere. Gli hanno promesso che sarebbe diventato umano, ma lui ritorna burattino, alienato, imbestialito.

E fa il somaro come l’indignado «Er Pelliccia» di Roma, che lancia un estintore per spegnere i roghi e poi torna a piangere da mamma; il No Tav «Pecorella», che insulta il poliziotto con cui — dice — voleva dialogare; la casalinga ex berlusconiana, in cerca di aiuto per la figlia, che abbraccia Oliviero Diliberto alla manifestazione «Giù le mani dalle pensioni» con la maglietta «Fornero al cimitero», ispirata da Facebook.

Ma chi sono i cattivi grilli parlanti? Toni Negri, arzillo pensionato (extra)parlamentare, sulla rivista «Alfabeta2» di febbraio fa ancora il «cattivo maestro» giocando con i «gradi necessari» di violenza per una «radicale trasformazione». Da condannare? L’autore di Impero viene elogiato da Giulio Tremonti versione No Global a Servizio pubblico di Michele Santoro, dove l’ex ministro dell’Economia dice che «la politica sta tornando dalla parte giusta: non la finanza, ma il popolo»…

E Luca Casarini, anche lui ospite, spiazza di più: assolto di recente per gli espropri proletari a Roma nel 2007, resta No global, ma con partita Iva. E ancora: Beppe Grillo sul blog dice che bisogna capire le ragioni di chi mette le bombe ad Equitalia. Poi, prendendo sul serio il titolo del suo libro sulla Rete contro i partiti, Siamo in guerra (Chiarelettere), tuona: se non si vota, «sarà guerra civile!» E chiede una «Norimberga» per i politici. A destra c’è CasaPound, contro banche e stranieri, il cui leader Gianluca Iannone su Facebook esulta per la morte del magistrato che indagava su di loro. Sempre via web, prima terreno soprattutto di antagonismi rossi, La Destra di Francesco Storace ha organizzato la manifestazione No Tax cui hanno partecipato anche i «forconi» di Forza d’Urto, agricoltori siciliani che protestano per il caro-benzina e i tetti della Ue. Come fecero gli allevatori leghisti per non pagare le multe per le quote latte.

Si tratta di radicalismo «liquido», per dirla con il celebre aggettivo che il sociologo Zygmunt Bauman ha assegnato alla modernità in cui siamo immersi. Dove le strutture lavorative ed emotive, sociali e politiche cambiano troppo in fretta per restare solide. Il lavoro è flessibile, precario, i sentimenti fragili, la comunicazione fluida attraverso la Rete. È un fiume carsico, con affluenti e potenziali foci a destra e sinistra, da nord a sud, non facilmente unificabili. Visibile in Val di Susa tra i No Tav, ha esondato qua e là nelle lotte cittadine contro banche e Borsa.

Vedremo se nella prossima battaglia contro la riforma dell’articolo 18 s’ingrosserà come, silenziosamente, avvenne per il referendum contro la liberalizzazione dei servizi idrici nell’estate 2011, presentata da una efficace campagna «emozionale» come privatizzazione dell’acqua. La paura, infatti, è il sentimento che anima la modernità liquida. E spinge agli estremi, alla reazione conservativa, al ritorno alle «radici» (che «non gelano», dice J. R. R. Tolkien, amato a destra). Schiuma rabbia, proletaria e piccolo borghese, mescola indignazione morale e lotta per il lavoro, difesa di diritti acquisiti e nuovi livori per la povertà che avanza. Una moltitudine non riducibile a identità politiche o culturali chiare.

Il voto dello scontento può anche passare da un contenitore all’altro, come spera Grillo che punta ad attirare i delusi della Lega. Intanto, a Genova, incassa il sostegno dei «neri» di Forza Nuova. Con quella dei post-comunisti di Sinistra Ecologia Libertà e dei post-giustizialisti dell’Italia dei valori, la crescita dei neo-qualunquisti di Grillo allarga un’area eterogenea di voto radicale di protesta. Il cui peso, il 27% nei sondaggi Ipsos, aumenta con l’astensionismo, la sfiducia nei partiti moderati, la richiesta di cambiamenti da parte dei giovani.

Lotta di classe senza Marx
Dopo il ventennio dei falsi «moderati», o meglio dei «moderati radicali», sia in economia con il turbo-capitalismo sia in politica con Berlusconi e la Lega, è l’ora del «radicale mite», che senza violenza propone un ritorno alla radice umana. Bevilacqua, in Elogio della radicalità (Laterza) si ispira a Karl Marx: «Essere radicale significa cogliere la radice delle cose — scriveva — ma la radice delle cose è l’uomo stesso». Quindi la radicalità è umana, come l’economia dovrebbe essere ecologica, sostiene Bevilacqua che propone la decrescita. Altro marxismo liofilizzato è La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza) di Luciano Gallino, dove si sostiene che lo scontro sociale sia in corso. Ma a condurlo sono i nuovi padroni che, dopo aver vinto grazie al neoliberismo, vogliono stravincere (e ci riescono, visto che i poveri sono sempre più poveri e i ricchi più ricchi): grandi proprietari, anche immobiliari, cioè i nuovi latifondisti, top manager privati e per procura, che hanno speculato anche sui fondi di risparmio, alti dirigenti finanziari e politici legati alla classe economicamente dominante. La lotta di classe dal basso? Per Gallino — che ricorda come il complottismo anti-banche sia di destra — si fa con una riforma della finanza che colpisca la classe dominante. Nel mondo capovolto, le riforme sono rivoluzioni.

Radicalismo «debole», direbbe Gianni Vattimo, è quello sottoscritto da Bevilacqua e Gallino per un «Soggetto politico nuovo», programma apparso sul «Manifesto» il 29 marzo e animato, tra gli altri, da Paul Ginsborg, già portavoce dei girotondi, e dal giurista Ugo Mattei. Il soggetto, per l’ex direttore dell’«Unità», riformista, Peppino Caldarola, è un embrione di quarto polo di sinistra radicale: Nichi Vendola e Luigi De Magistris. Vogliono il «benecomunismo» per difendere il patrimonio umano e culturale dai vizi del capitalismo. O vizi capitali, visto che si citano invidia e ira, rivelando la matrice cattolica, oltre che post-comunista, dei manifesti sulla difesa dei beni comuni. Binomio ora armonico, ora contraddittorio. Oltre al profeta della decrescita Serge Latouche, infatti, viene spesso citato il biologo Garrett Hardin, che in un articolo su «Science» del 1968, «La tragedia dei beni comuni», sostenne che il beneficio individuale di aumentare i capi di bestiame rovina il bene comune, cioè l’erba. Tra i rimedi proposti da Hardin, favorevole all’eutanasia, ci sono l’aborto sistematico e gli aiuti negati ai paesi affamati. «Avvenire» non ne ha tenuto conto nell’editoriale della vigilia del Santo Natale 2011 che ne osannava la tesi.

Cattocomunismo liquido? Non bisogna sorprendersi, sostiene il professor Luciano Pellicani, intellettuale socialista, tra i massimi studiosi critici del marxismo, a lungo direttore di «Mondoperaio»: «Il radicalismo nasce cristiano, nel Medioevo, contro il denaro, poi diventa ateo e comunista; ma l’anticapitalismo senza il capitalismo non si può dare, per questo la decrescita, che sogna il ritorno alla civiltà pre-industriale, non può mescolarsi al marxismo, che era per lo sviluppo ed era persino colonialista. C’è anche il radicalismo di destra, contro le banche, e quello nichilista, perché “ripulire la società” è l’ideale dei nichilisti, diceva Turgenev. Oggi siamo di fronte a un nuovo nichilismo».

No Tav nella valle dell’Eden
I nuovi radicali si definiscono per via negativa. No Global, No B Day, No Tav. In un continuo referendum abrogativo. Al contrario dei radicali liberali, liberisti e libertari di Pannella che hanno esteso i «diritti» moderni, i radicali liquidi si oppongono ai «doveri» postmoderni imposti al territorio e alla società. Michele Roccato e Terri Mannarini, docenti di Psicologia sociale, nel libro Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby di prossima uscita (il 10 maggio, dal Mulino), si chiedono se i cittadini attivi di fronte al progresso, magari contro di esso, siano un ostacolo o una risorsa. Per alcuni intellettuali e lavoratori della conoscenza di Roma, il giardino è il Teatro Valle, che stava per diventare un supermercato (di prodotti slow food). Per loro la cultura è un bene comune, come l’acqua. Il loro slogan è «Com’è triste la prudenza», ma non sono violenti, né solo radical chic. Nell’appello firmato contro la riforma del lavoro, partito dal Valle e dal gruppo di intellettuali trenta-quarantenni di TQ, si difendono precari e partite Iva. La temperatura dello scontro, finora, nelle città si è alzata solo nell’autunno romano 2011, con gli indignados. Più tiepida, nel marzo 2012, la versione milanese di Occupywallstreet, organizzata da Giorgio Cremaschi (ala dura della Fiom) del coordinamento No Debito, che ha visto qualche migliaio di persone protestare contro banche, Borsa e Governo. C’erano destra e sinistra, sindacati e partiti, pensionati e disoccupati, gente comune e intellettuali come Vattimo, Vittorio Agnoletto e Giulietto Chiesa. Ma il vero cuore del radicalismo liquido italiano è in Val di Susa. Qui si resiste all’Alta velocità con un movimento locale guidato da un ex impiegato di banca, Alberto Perino, e gli anarco- insurrezionalisti del centro sociale torinese Askatasuna. Qui il diabolico traffico di merci non offende la natura. La Val di Susa è un Eden anticapitalista, dove l’uomo non s’è alienato, dimostrando che un altro mondo è (era o sarà) possibile. Ma forse è solo un’Arcadia intellettuale.

Purezza e paranoia
Per Enrico Pozzi, che insegna Psicologia sociale a Roma e Boston, «il radicalismo è rifugiarsi nel mito di un’età originaria pura, da recuperare, lottando contro chi l’ha corrotta». È il mito fondante di Antonio Di Pietro, nato con «Mani pulite», protagonista del ventennio della purezza e della paranoia. Assieme a Berlusconi che ha usato la paranoia anticomunista per «radicalizzare i moderati», come i leghisti quella degli immigrati e «Roma ladrona». Il centrosinistra ha risposto con la paranoia di Berlusconi causa-di-tutti- i-mali che, purtroppo, sono restati anche senza di lui. Così i giustizialisti riversano il loro purismo paranoico nel radicalismo sociale: no alle tasse, no alla riforma dell’articolo 18 e no all’Alta velocità. Grillo, che era un luddista prima di scoprire il web, è un convinto No Tav. Di Pietro fa l’opportunista, perché da ministro delle Infrastrutture era favorevole. Marco Travaglio, sul «Fatto quotidiano», è un No Tav imbarazzato, dopo le contestazioni di alcuni militanti al procuratore Giancarlo Caselli (ad un evento siglato Anpi), per le indagini sul movimento. Contraddizioni? No. Tutto ciò che è radicale è sempre più irrazionale.

Quando Di Pietro, che sull’articolo 18 segue Maurizio Zipponi, ex Fiom di Brescia, dice che Monti «ha sulla coscienza i suicidi per la crisi», indica il capro espiatorio. Beppe Grillo lo chiama «Rigor Mortis» e lo mette nella bara, «suggerendo la freddezza calcolata e stitica di chi non è capace di passioni, cioè di vita». Come la Fornero, che per Di Pietro è la «badessa». I poteri forti corrompono i valori, economici e vitali, anche erotici, mentre loro, Grillo e Di Pietro, sono fisici e vitali. Anche volgari, ma veri. Per Pozzi, sono «conduttori della paura della gente, la traducono in odio verso bersagli trasformati nelle cause della crisi, della paura. La sfiducia nelle istituzioni aumenta il caos cognitivo, che necessita di nuovi nemici, di aggressività, per non deprimersi, e dunque c’è bisogno di Grillo e Di Pietro. Così si costruiscono aspiranti leader populisti che fomentano la paranoia sociale per proporre se stessi come terapia antipolitica». Grillo e Di Pietro, conclude Pozzi, inverano l’aforisma di Karl Kraus: «La psicoanalisi è la malattia di cui pretende di essere la cura». Basta sostituire la psicoanalisi con l’antipolitica. Si può guarire da 20 anni di antipolitica, dopo l’apoliticità dei tecnici, con una forma più radicale di qualunquismo e populismo?

Luca Mastrantonio (“La Lettura”, supplemento Corriere della Sera)

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