Le due case e le due donne di Jung a Zurigo: un intrigante reportage nel 50° della morte del grande analista

Le due case e le due donne di Jung a Zurigo: un intrigante reportage nel 50° della morte del grande analista


Era il luglio 1954 e l’allora presidente del Congresso Internazionale di Psicoterapia di Zurigo, Medard Boss, ebbe l’idea di offrire ai convegnisti di ogni parte del mondo una gita sul lago in battello. A una certa ora del pomeriggio il barcone sarebbe passato proprio davanti alla casa del quasi ottantenne Carl Gustav Jung, a Küsnacht, affacciato per rispondere ai saluti.

La giornalista americana Claire Myers Owens, che era andata a trovarlo, racconta così l’episodio: «A un tratto si udirono fischi di sirena, squilli di campane. La cameriera fece irruzione nella stanza, dicendo qualcosa tutta eccitata. Lui disse “Nein! Nein!” Poi la figlia chiamò dal giardino sottostante. Loro volevano vederlo. “Che stupidaggine!” borbottò lui. La figlia lo supplicò di uscire sul balcone. Lui si affacciò. Un battello si era fermato dirimpetto alla casa. I due o trecento passeggeri agitavano festanti le mani. Con riluttanza lui rispose al saluto, una volta sola».

L’aneddoto, compreso nel volume di incontri e interviste Jung parla (Adelphi), descrive chiaramente due cose: il grado di idolatria che Jung suscitò già in vita e la sua insofferenza per questo culto della personalità, cui comunque non si sottraeva del tutto, ma che sapeva relegare in una zona controllata della sua esistenza, la zona, diciamo così, estroversa, che aveva la sua sede nella casa di Küsnacht.
Küsnacht è un villaggio a otto chilometri da Zurigo. Dalla città si raggiunge in dodici minuti di treno. Ci si arriva anche in vaporetto e dal vaporetto si può effettivamente vedere, facendosela indicare, la ricca villa di Jung, dove oggi vivono ancora gli eredi. E’ vicinissima all’acqua, e intorno e in lontananza il contorno delle montagne. L’ingresso è al numero 228 della SeeStrasse, la strada principale che da Zurigo corre verso sud lungo il lago fino a Rapperswil. Il cancello è sempre spalancato, per permettere, forse, agli ammiratori del grande psicanalista scomparso nel 1961 di entrare in giardino, fare qualche passo lungo il vialetto d’ingresso punteggiato di conifere nane, scattare fotografie, leggere la celebre frase che Jung stesso volle scolpita sull’architrave del portoncino: Vocatus atque non vocatus deus aderit, cercato o no il dio verrà. Non è una dichiarazione di fede cristiana. Risale all’oracolo di Delfi e la parola dio va intesa come «domanda ultima». Spiegò Jung in un’intervista: «Misi quell’iscrizione per ricordare ai miei pazienti e a me stesso che “il timore di Dio è l’inizio della sapienza”» come dice il Salmo. E perché: «Tutti i fenomeni religiosi, che non siano meri rituali della Chiesa, sono strettamente intrecciati con le emozioni».
La casa di Küsnacht viene costruita nel 1909 su un terreno acquistato dalla famiglia Rauschenbach. Sei anni prima, infatti, la brillante promessa della nascente psicoanalisi, il delfino prediletto da Freud (che sognava di fare di Jung la sua base ariana in Svizzera, perché la propria creatura, quella nuova “scienza” così attraente, così sconvolgente, non rimanesse reclusa nei confini di una sospetta – a molti – teoria ebraica) aveva sposato la ricca, intelligente e bella Emma Rauschenbach. Si era così affrancato dalla povertà delle origini e aveva già avuto tre figli, Agatha, Anna e Franz (poi nasceranno Marianne e Emma Helene, detta Lil). Quella villa elegante, imponente, non è solo la dimora indispensabile a una famiglia numerosa, è il progetto di una carriera, è un principio di realtà, è la sede della personalità numero 1, quella più estroversa, socievole e sociale, coniugale e patriarcale di un uomo che si sente profondamente diviso, fra terra e cielo, fecondità e ascetismo, materia e spirito, normalità e follia. Ha già rischiato, un anno prima, di distruggere quel progetto e il matrimonio, perché si è innamorato perdutamente di una paziente, Sabina Spielrein («Per mia disgrazia non posso fare a meno nella vita della felicità dell’amore, dell’amore impetuoso, estremamente mutevole», le scrive il 4 dicembre del 1908). Nel 1909 sta già uscendo (razionalmente) da quella storia che si trascinerà però con enormi conseguenze psichiche. Emma regge; forse ha già chiaro qual è il suo destino, se vuole restare la compagna ufficiale di un uomo complicato, passionale, dominatore: far finta di niente. E ci riesce. Molti contemporanei la descrivono come una «regina». E’ svizzera, di classe sociale altoborghese, sottomessa alle regole, fredda (anche verso i figli), impenetrabile, segreta, con un autocontrollo di ferro. Küsnacht sarà il suo regno: invaso dalle rivali, profanato, ma sarà il suo regno, la basilica di un legame indiscutibile, legittimo, che durerà fino alla morte. Malgrado tutto. Il marito non è tipo da tenersi le sue convinzioni per sé, anzi cerca sempre di spiegare al mondo intero le proprie ragioni, e così Emma sa cosa lui pensa sul serio dell’amore e degli esseri femminili che se ne fanno distruggere: «Quando l’amore per una donna si sveglia in me, allora il mio primo sentimento è la commiserazione, la compassione per la povera donna che sogna la fedeltà eterna e altre cose impossibili, ed è destinata a un risveglio doloroso» (altra lettera a Sabina). Sa, insomma, che Carl ha una natura profondamente sincera, libera, fedele non a una donna, moglie o amante, ma al progetto di sé, da costruire con le pietre pericolose dell’inconscio e con quelle solide che il lago deposita sulla spiaggia e che lui scolpisce dando forma anche alla propria anima. E l’anima è l’elemento femminile presente dentro il maschio come l’animus è l’elemento maschile presente nelle femmine. Creature complementari che non possono fare a meno l’una dell’altra.

Dunque la casa di Küsnacht è la vittoria di Emma su Sabina e sulle altre Sabine del futuro, quelle amiche, pazienti, collaboratrici, segretarie, tutte innamorate di lui, sue ancelle, prescelte, sensibili, intelligenti, adoranti, rigorosamente con la gonna o con fantasiosi abiti folk, ma mai in pantaloni, perché lui detestava le donne in pantaloni. I soldi erano di Emma (anche se, secondo la legge di allora, era il marito a gestirli), ma il disegno architettonico è di Carl. Emma avrebbe avuto la casa che desiderava (era felice di aderire totalmente alle idee del consorte), finalmente lontana dall’ospedale psichiatrico Burghölzli, sulla collina di Zurigo, dove avevano occupato nei primi anni di matrimonio un bianco appartamento al terzo piano, che ora è stato destinato agli studi dei medici. Non ne poteva più della vita severa dell’ospedale e della compagnia dei Bleuler (Eugen Bleuler, che dirigeva il Burghölzli, abitava con la famiglia, di modeste condizioni, al piano di sopra). Jung avrebbe aspettato ancora di consolidare la sua posizione professionale, ma Emma gli aveva fatto un aut-aut e del resto, appena comprato il terreno, lui sentì che era la cosa giusta. «La mia terra!» diceva. «Questa è la terra in cui mi pianterò come un albero». O come una torre. Era fissato con le torri, limpido simbolo fallico che popolava i suoi sogni fin da bambino. La sua casa sarebbe stata una fortezza che trascendeva le mode del tempo. «Niente Art Deco, Art Nouveau, tutti quegli stili confusi…»: una casa solida, nel tradizionale neobarocco tedesco che caratterizzava le dimore del lungolago edificate durante l’800, con in più una struttura aggettante nella parte anteriore, al posto del portico, a forma appunto di torre: un faro che orienta e accoglie il viandante.
Aveva un cugino, stimato architetto a Monaco, Ernst Fiechter (nel cui studio, in futuro, spinto dal padre, avrebbe fatto il suo training Franz Jung); a lui si rivolse perché mettesse in atto il progetto. L’ingresso doveva essere arioso, dominato da una scala sinuosa che porta ai piani superiori. Sulla destra la cucina e aree riservate ad armadi e credenze, a tutto ciò che serve per fare marciare al meglio la routine di una grande famiglia. A sinistra della scala e al di là, la stanza più ampia della casa che doveva fungere da soggiorno e sala da pranzo, corredata di pianoforte e di spazioso caminetto, con le finestre sul lago esposte a sud, mentre sulla parete est luminose vetrate portano all’esterno, in una terrazza dal pavimento in pietra da cui si passa in giardino. Immancabile, come in tutte le vecchie case zurighesi, una bellissima stufa di ceramica anche se il sistema di riscaldamento era centralizzato, moderno. E se nel sottotetto si trovavano le stanze dei bambini e della servitù, era il primo piano quello più intimo, il cuore dell’edificio. Su una graziosa saletta di passaggio si aprono tre porte: una a vetri smerigliati introduce alle camere da letto (Emma ha la sua, grande, appartata, che fa anche da studio, con una libreria personale di testi di matematica, psicologia, mitologia, latino e greco). Dalla parte opposta del pianerottolo le stanze-studio del capofamiglia. Innanzitutto la più grande del piano, la biblioteca, dove il dottore riceveva la maggior parte dei pazienti, i colleghi, le personalità che venivano a trovarlo e a conferire con lui. L’hanno descritta in tanti. Le finestre dai vetri a riquadri, «alla francese», danno sul lago, i divani sistemati in varie posizioni in modo che il paziente potesse scegliere se guardare o no l’acqua, la scrivania di Jung sistemata sotto una finestra, accanto a un’enorme stufa di ceramica verde. In genere lui sedeva dietro il tavolo durante le sedute, ma si alzava spesso e camminava avanti e indietro per la stanza (a meno che questo suo deambulare non infastidisse il paziente). Lo faceva per sopperire, diceva, al tempo che il lavoro sottraeva alle passeggiate. Camminare, stare a contatto con la natura gli era vitale. Quando poteva camminava per ore sul lungolago col cane. Considerava le piante «uno dei pensieri di Dio» e amava molto gli animali impegnandosi contro la vivisezione. Si legge nell’autobiografia (Ricordi sogni riflessioni, edita dalla Bur) quando rievoca la giovinezza: «Amavo tutti gli animali a sangue caldo, che hanno un’anima come la nostra e con i quali ci comprendiamo d’istinto, perché essi sono così vicini a noi e partecipano della nostra ignoranza. Siamo accomunati a essi da gioia e dolore, amore e odio, fame e sete, paura e fiducia – da tutti gli aspetti essenziali dell’esistenza, a eccezione della parola, di un’acuta coscienza, e della scienza. E sebbene come tutti ammirassi la scienza, capivo anche che da essa nascevano l’alienazione e l’aberrazione del mondo di Dio, e che essa provocava una degenerazione dalla quale gli animali erano immuni: gli animali erano cari e fedeli, immutabili e degni di stima, ed era negli uomini che più che mai avevo sfiducia».
Il diverso modo di guardare alla scienza e l’attrazione di Jung per il soprannaturale, l’astrologia e lo spiritismo, erano punti cruciali di disaccordo con Freud che li considerava «pericolose spedizioni». Preoccupatissimo di non passare da ciarlatano e teso perciò a far accreditare le sue scoperte come scientifiche, Freud era in allarme ogni volta che sentiva parlare di spirito e si arroccava tenacemente su posizioni razionali (con ciò in parte negando l’essenza stessa di ciò che voleva imporre: l’inconscio. In fondo non era proprio lo “spirito” cui stava dando una forma?). Jung, invece, fin da piccolo era stato immerso in un’atmosfera paranormale: nella sua famiglia d’origine si vedevano i fantasmi, e lui stesso fu più di una volta al centro di episodi inspiegabili, anche nella casa di Küsnacht, specchio della sua personalità numero 1, mentre la personalità numero 2, quella dell’Ombra e dell’introversione, avrebbe trovato solo parecchi anni dopo la propria sede a Bollingen, una trentina di chilometri più a sud sullo stesso lago. A Küsnacht al primo piano, accanto alla biblioteca, c’erano altre due piccole stanze, una dentro l’altra. La prima era la sala d’aspetto dei pazienti, la seconda un piccolo studio dove Jung amava ritirarsi a scrivere e solo eccezionalmente teneva qualche seduta analitica, un sancta sanctorum dai vetri oscurati, una stanza-anima, preludio di quello che avrebbe rappresentato nella sua vita Bollingen, e dove a essere ammessa, quotidianamente e in esclusiva quasi sempre, fu un’altra compagna di vita, Toni Wolff, che per quarant’anni andò a costituire l’altro polo della presenza femminile nel suo destino, non successivamente a Emma, ma in contemporanea, secondo la separazione, da lui stesso teorizzata, fra donna-madre e donna-ispiratrice. Ancora una volta fino alla morte. Perché sia Toni, sia Emma, di soli cinque anni più vecchia della rivale, morirono prima di Carl, una nel ’53, l’altra tre anni dopo.

Toni Anna Wolff (la biografa Deirdre Bair in Jung, edito dalla Back Bay Books di Boston, ha definitivamente dimostrato che il nome all’anagrafe era proprio Toni e non Antonia, come si credeva) aveva ventidue anni quando entrò in analisi, nella metà del 1910, presso il trentacinquenne già carismatico professor Jung, portataci dalla madre con cui visse per tutta la vita. La morte del padre amatissimo l’aveva gettata in una profonda prostrazione. Apparteneva a una delle famiglie più antiche e prestigiose di Zurigo, era carina, delicata, coltivata. Cresciuta in una casa piena di opere d’arte e orientaleggiante perché suo padre, che era stato console in Giappone, amava tutto ciò che veniva da quel paese, aveva studiato in Inghilterra, attratta dalla filosofia, la religione e la mitologia e aveva condotto a Londra una vita libera con la sorella Susi che disegnava gioielli. Fu proprio la comune conoscenza della mitologia greca la chiave con cui Jung riuscì a far breccia nell’attenzione di Toni, recalcitrante a uscire dal lutto, e a stabilire il transfert. Da parte sua, era rimasto colpito di trovare tanta serietà in una creatura così giovane, viziata e inesperta. Per legarla a qualcosa di concreto che la distraesse dalla sua fissazione per il padre, la mise al chiodo in biblioteca, a fare le ricerche sulla mitologia classica che gli servivano per il suo lavoro e a cui Emma non aveva più tempo di dedicarsi, presa com’era dalla casa nuova e dai figli. Toni, che viveva in famiglia, dove la servitù risolveva i problemi materiali, non aveva preoccupazioni economiche e preferiva studiare più che rovistare nel proprio inconscio. Non lo fece mai, dicono, nemmeno quando divenne analista lei stessa: però era abilissima ad aiutare gli altri a frugare nel loro.
Alla sua morte, avvenuta improvvisamente nel ’53, per un infarto in cui ebbero parte cospicua la grande quantità di sigarette, cui non rinunciò mai, l’alcol e il cocktail di pesanti medicine per curare una forma grave di artrite, Jung si affrettò a bruciare tutte le lettere che aveva ricevuto da lei in tanti anni. Lo stesso, del resto, fece a un certo punto anche Emma con le sue e aveva fatto la stessa cosa Toni con quelle ricevute da Jung. Esistono diari di tutti e tre che gli eredi non vogliono mettere a disposizione dei biografi, sostenendo di non averli letti nemmeno loro per una forma di rispetto, e così il segreto di questo menage à trois, che si svolse alla luce del sole e discretissimo insieme, resta in gran parte un mistero. Ma si sanno comunque parecchi dettagli e, soprattutto, quanto sia difficile, se non impossibile, scindere dall’opera di Jung la sua complessa vita affettiva e il suo rapporto con le due case e con queste due donne che furono i santuari del suo destino, i perni della sua molteplice personalità. «Io sono un groviglio di contraddizioni e riesco a sopportarmi solo quando considero me stesso come un fenomeno oggettivo» scrisse ormai vecchio in una lettera del 1952 a un corrispondente di Tel Aviv.
I rapporti fra Carl e Toni erano stati analitici, poi professionali. Diventarono decisamente intimi nel 1914. Emma era incinta della quinta figlia, Lil, che sarebbe nata in marzo. Si stava consumando la definitiva emarginazione di Jung da parte di Freud che cercava di fargli terra bruciata nella psicanalisi internazionale. Così Jung reagiva mettendosi continuamente in viaggio, tenendo conferenze, e in più aveva ancora il mese di servizio militare annuale da rendere al suo Paese. Non stava molto a casa. Dopo la nascita della bambina, partì improvvisamente con Toni per Ravenna cedendo in modo impulsivo alle pretese dell’anima, come cercò di spiegare goffamente agli amici. Non si prese mai apertamente la responsabilità della sua scelta adulterina, tanto meno nell’autobiografia, da cui Toni è assente. Eppure, al di là della tempesta passionale, Toni fu una presenza fondamentale nel suo personale «processo di individuazione», nello sviluppo delle sue teorie, nel fardello di dolore che il triangolo amoroso significò per tutti e tre i protagonisti e per i figli, per le gelosie che scatenò nell’entourage junghiano di pazienti e colleghi. Nella discesa agli inferi che seguì la rottura con Freud, un corpo a corpo con i fantasmi dell’inconscio che gli si materializzavano intorno e rischiavano di farlo diventare pazzo, Toni lo sostenne e lo accompagnò come forse Emma non avrebbe avuto il coraggio di fare. E nella sua altalenante gelosia per Toni, nell’invidia, anche, per il suo ruolo di intellettuale, mentre lei si sentiva continuamente ributtata in quello di casalinga nonostante avesse ambizioni professionali nello stesso campo, le fu sempre grata di ciò che era stata capace di affrontare per amore dell’uomo che anche lei amava enormemente.

Jung era molto bello, pieno di fascino, trascinante, caldo. Un intellettuale finissimo con una semplicità e una manualità da contadino. Uno sciamano, un guaritore che leggeva nel pensiero, che sapeva adattare le parole e finanche il tono di voce alle esigenze dei diversi pazienti. Un improvvisatore originale, sorretto da studi serissimi, vasti, singolari e che non smise mai di approfondire, aprendosi ai più lontani aspetti della conoscenza, viaggiando dall’Africa all’India, esaminando da antropologo sul campo le tribù primitive, interessandosi alle altre religioni, cercando nell’antica alchimia i segreti dell’essere. Era una forza della natura. Poteva lavorare anche sedici ore al giorno. Alto 1,85, biondo, occhi cerulei, sottile da giovane, robusto nella maturità, fragile da vecchio. Grande sportivo, velista, naturista. Cuoco fantasioso e buongustaio che conosceva i migliori ristoranti, i vini pregiati. Fumatore di pipa e di sigari brasiliani, lettore accanito di gialli (soprattutto Simenon), commosso adoratore di Bach. Nato nel segno del Leone, ascendente Aquario, Venere in Cancro, Luna in Toro e in terza Casa, quella del talento, uno splendido Giove trigono a Saturno, Marte in Sagittario (quanto gli piaceva scherzare col fuoco!), personalità n.1 e n.2 ben rappresentate da due pianeti dominanti, Saturno e Urano… Ma basta così per chi le considera stupidaggini. Traggo le informazioni da un oroscopo redatto dalla figlia astrologa Emma Jung, sposata Baumann, confortata dal fatto che Jung stesso nutriva seri interessi per le Stelle («…questa strana storia dell’astrologia funziona anche dopo la morte delle persone…»). Calcolava lui stesso il Tema Natale ai pazienti per capirli meglio e, insieme a Toni Wolff, si divertì a fare l’oroscopo pure a Freud. Dava a tutti un’impressione di «rasserenante onestà», di «meravigliosa naturale semplicità», sentivi che «ci si poteva affidare a lui» (giudizi di alcuni pazienti). Il nipote Dieter Baumann, che ha ereditato la casa di Bollingen ed è l’unico della famiglia ad aver seguito le orme del nonno, diventando psichiatra e psicanalista, lo descrive così in un’intervista allo junghiano Augusto Romano: «Era una persona intensa. In lui c’era sempre una forte presenza direi psicofisica. In lui si vedevano sempre le radici. Mia madre parlava certe volte della sua emotività che poteva essere impressionante e fare paura anche ai figli».
Non era facile convivere con un padre così, tantomeno quando impose la presenza quotidiana di Toni in casa che mangiava con loro e poi si ritirava nel sancta sanctorum o in biblioteca a lavorare con Jung, così come lui, il mercoledì, parcheggiava la sua auto tranquillamente sotto casa Wolff a Zurigo, pranzava in compagnia di Toni e sua madre, che gli era molto amica, con i loro nipoti, e si tratteneva con la figlia tutto il tempo che voleva senza, sembra, destare alcun sospetto che i loro rapporti potessero essere disdicevoli. E forse, una volta superato il primo anno di passione, non lo erano davvero, ma l’adattamento alla situazione non avvenne senza gelosie furibonde da parte di Emma, scenate, minacce di divorzio. I piccoli Jung impararono a chiamare Toni zia o zietta, ma crescendo cominciarono (soprattutto Franz, che adorava la madre) a trattare con sufficienza, quando non con scherno manifesto quella strana signora che sacrificava il suo destino al loro padre, malinconica e onnipresente, che odiava il sole e si proteggeva con occhiali scurissimi. Emma, che si comportava sempre con amicizia e gentilezza verso Toni, non faceva però nulla per frenare il figlio quando la punzecchiava e Jung, presumibilmente, si astraeva.

Come riuscì lo sciamano a convincere la moglie ad accettare la situazione rimane un mistero. Come poté conservare il rispetto della piccola, pettegola società della Zurigo bene, tradizionalista e conservatrice, è un mistero ancora più grande (anche se si trattava di una società fortemente maschilista). I problemi aumentarono quando anche Emma divenne terapeuta e cominciò a partecipare lei pure a meeting, viaggi di lavoro e conferenze, e non riusciva a nascondere in pubblico il suo risentimento verso «l’altra», più prestigiosa di lei. Ma era solo questione di tempo e di adattamento. Toni smussava. Jung si astraeva. Il gruppo psicanalitico degli junghiani raccolti intorno all’Istituto Jung, fondato nel ’48, che ha tuttora una splendida sede a Küsnacht, a poca distanza dalla casa privata, si chiuse a riccio a difendere quello che divenne per tutti argomento tabu. Molti biografi e testimoni sostennero che fra Carl e Toni c’era un rapporto di «anima», sostanzialmente spirituale, e comunque non giudicabile con i criteri dei comuni mortali perché i protagonisti erano tutti e tre «persone superiori». Solo con l’ultima biografa, Deirdre Bair, il velo omertoso si è infranto e la verità umana, o qualcosa di simile, è venuta a galla. E poi ci fu la costruzione di Bollingen, che divenne la sede della personalità n.2 e dove Toni, in qualche modo, poteva finalmente avere Carl tutto per sé quando lui la invitava a raggiungerlo.
«Dovevo riuscire a dare una qualche rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere» scrive Jung nell’autobiografia. E questo fu Bollingen. Aveva comprato il terreno nel ’22. Pensava a una specie di «capanna africana» di forma rotonda, spazio condiviso fra umani e animali insieme, in modo primitivo. La volle costruire con le sue stesse mani, nei fine settimana, accampandosi sul terreno nel pieno dell’inverno e portandosi di rinforzo il figlio quindicenne Franz, il genero Kurt Niehus, marito della primogenita Agatha e il fratello diciottenne di lui Walther, studente di architettura, che poi avrebbe sposato un’altra figlia, Marianne, allora undicenne. Il progetto cambiò però presto e nel ’23 la capanna divenne una torre tondeggiante (con l’aiuto di operai stavolta). «Fin dal principio in questa torre provai un intenso senso di riposo e di ristoro… Ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il fuoco e la stufa, e a sera le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente e pompo l’acqua da un pozzo: spacco la legna e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice». Quattro anni dopo sentì che era arrivato il momento di ampliare Bollingen in sintonia con l’evolversi della sua interiorità. Quella prima torre era il focolare, la madre (che era morta proprio nel ’23), era Emma. Adesso aggiungeva una struttura orizzontale dove poteva accogliere gli ospiti senza costringerli ad accamparsi in giardino. E nel ’31 una seconda torre (che rappresenta Toni) fu costruita a bilanciare quella originaria. Nel ’35 un cortile esterno con altri annessi e solo dopo la morte della moglie, nel ’55, «sentii l’intimo obbligo di diventare ciò che sono. Mi resi conto a un tratto che la piccola sezione centrale, così acquattata, così nascosta fra le due torri, rappresentava me stesso o il mio io». Allora vi costruì sopra un’altra stanza, la sua spiritualità, libera infine dai ceppi dell’eros, che chiamò «la cappella», una stanza per la meditazione, come aveva visto nelle case indiane, solo per sé, da lui stesso istoriata con i simboli per lui più significativi, che teneva chiusa a chiave e la cui chiave portava sempre addosso come un talismano. Quel sentirsi «nascosto», quasi schiacciato dalle due torri (madri falliche?) apre uno squarcio di comprensione. Per tutta la vita si era adoprato perché entrambe le compagne avessero da parte sua lo stesso rispetto e perché niente fosse tolto all’una o all’altra di ciò che, secondo la sua valutazione, spettava a ciascuna. Un giorno lo stress era tale, racconta alla Bair Susi Wolff, la sorella di Toni, che Jung, mentre nuotava nel lago, pensò seriamente di lasciarsi affogare. Dopo la morte di Emma, che lo devastò ben di più, sembra, di quella di Toni, negli ultimi sei anni che gli restavano da vivere, divenne effettivamente sempre più concentrato sui temi spirituali e si ritirava spesso a Bollingen, malgrado le scomodità materiali.
Ma non fu a Bollingen, la casa delle magie dove si aggiravano i fantasmi e le pietre si mettevano a cantare e suonare «come un’intera orchestra», che chiuse gli occhi per sempre il 6 giugno del 1961, a 86 anni. Avvenne a Küsnacht, e le sue ultime parole furono: «Beviamoci un buon bicchiere di vino, stasera». Si scatenò un violento temporale, e il vecchio pioppo del giardino sulle rive del lago fu colpito da un fulmine. E’ ancora lì, con la sua profonda ferita nel tronco.

(Sandra Petrignani, Il Foglio – www.sandrapetrignani.it)

4 Responses »

  1. Da specialista delle faccende psicoanaliche mi complimento con chi ha scritto questo articolo, ricco di documentazione di non facile accesso, ma tutt’altro che accademico, anzi, stimola e punge svegliando chi dorme nella sua FEDE di adepto “scolastico” a San Gustav Jung

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